Page 528 - Le Operazioni Interforze e Multinazionali nella Storia Militare - ACTA Tomo II
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1168 XXXIX Congresso della CommIssIone InternazIonale dI storIa mIlItare • CIHm
La nuova società del Nord voleva invece che gli Stati Uniti diventassero un solo
mercato e una sola nazione e come tale concorresse nel mondo, ma ciò implicava
l’estensione all’Ovest dell’agricoltura meccanizzata e l’esclusione di quella fondata sul
lavoro degli schiavi, ossia di un programma che significava la fine del mondo del Sud
e del suo “regime particolare” del lavoro non libero. Ciò era fuori della storia e andava
eliminato perché si poneva come ostacolo al Risorgimento degli Stati Uniti. Luraghi
scrive che la guerra civile fu “la rivoluzione nazionalista americana, la nascita di una
moderna, omogenea nazione, analogamente a quanto era avvenuto in Italia e stava per
avvenire in Germania”. Lincoln fu insieme il Cavour e il Bismarck di tale nazione, e i
gruppi che non volevano esservi inseriti sarebbero stati “addomesticati” con la forza.
Tra caduti e deceduti per malattia – la maggioranza – il conflitto costò al Sud più di
300.000 morti su una popolazione bianca di poco oltre i 5 milioni, e agli Stati Uniti, in
complesso, più di quelli, sommati, di tutte le altre guerre che li coinvolsero. L’assassinio
di Lincoln, il quale avrebbe voluto recuperare i sudisti come fratelli, fece sì che la sconfitta
del Sud assumesse un peso schiacciante: il territorio occupato, i combattenti privati del
diritto di voto, l’aristocrazia espropriata, la valuta e il debito pubblico dichiarati privi di
ogni valore, la pace imposta veramente cartaginese. Subito venne abolita la schiavitù,
ma, scomparso Lincoln, l’involuzione del partito repubblicano fece dimenticare la
promessa di dare agli schiavi terre tratte dalle grandi proprietà meridionali, finché nel
1877 si giunse a un compromesso politico che diede vita ad un blocco agrario-industriale
non molto diverso – scrive l’Autore – da quello “di cui parla Gramsci per l’Italia dopo
l’Unità. Naturalmente, chi pagò le spese del compromesso furono gli ex-schiavi e gli
afroamericani in genere, che dovettero attendere ancora più di un secolo una effettiva
uguaglianza”.
Passando ai protagonisti, oltre che su Lincoln, Luraghi si sofferma su due generali
sudisti (Lee e Forrest) e due nordisti (Grant e Sherman).
Il virginiano Robert Edward Lee, “l’ultimo generale dell’età napoleonica”, godette
di un fascino che sopravvisse alla sconfitta nel mito del condottiero che aveva vinto tutte
le battaglie – non era vero – sebbene perdesse la guerra. Nell’immaginario confederato
divenne l’eroe di sventura, tradito come Sigfrido, e il traditore venne individuato nel
comandante del 1° Corpo d’Armata della Virginia Settentrionale, il generale James
Longstreet, che subì ingiustamente dal clan dei virginiani un linciaggio morale tendente
ad addossargli tutte le colpe, specie quelle attinenti alla disfatta di Gettysburg, la
Waterloo del Sud. Lee veniva dall’alta aristocrazia della Virginia, dove si trovava la
capitale sudista Richmond, e non manca chi lo accusa di essersi battuto più per la sua
Virginia che per la Confederazione. Ebbe una certa carenza di una visione globale, che
lo indusse a trascurare e a sottovalutare quanto accadeva più ad Ovest, però va anche
ricordato che il presidente confederato Jefferson Davis non nominò mai né lui, né altri
Comandante militare in Capo: credeva possibile gestire da solo la guerra, col risultato
che le pressioni degli Stati provocarono una dispersione delle forze del contendente già
numericamente inferiore e per di più svantaggiato dalla schiacciante superiorità navale
dell’avversario. Lee cercava nell’attacco la chiave della vittoria e il successo decisivo
in una battaglia di annientamento di stile napoleonico. Ma se questo era stato possibile
al tempo del fucile ad anima liscia – inefficacie oltre i cento metri – non lo era più col

