Page 290 - Le donne nel primo conflitto mondiale - Dalle linee avanzate al fronte interno: La grande guerra delle italiane - Atti 25-26 novembre 2015
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LE DONNE NEL PRIMO CONFLITTO MONDIALE: 290
sendo inoltre necessario tener conto del fatto che alcuni degli ospedali citati si trovavano
in zona di guerra e si è poco sopra trattato della presenza delle suore in questi ospedali.
Si può cominciare con il libro del 1921“Le Figlie di Sant’Anna negli anni di guerra
1915-1919” e l’ultima data non è frutto di un errore sia perché gran parte degli ospedali
venne chiusa nel marzo di quell’anno sia perché alcune attività delle suore, soprattutto in
campo assistenziale, si protrassero ben al di là della fine della guerra. L’intervento della
congregazione è tratteggiato località per località, in ordine alfabetico, partendo da Aci
Sant’Antonio, dov’era stato organizzato un nido, per i figli dei richiamati, fino a Zibello,
dove si era prestato servizio a favore dei profughi dopo l’ottobre 1917. Limitandoci
agli ospedali militari o, in qualche caso, ai reparti militari degli ospedali civili scopriamo
che queste suore sono state attive in 74 installazioni situate in 54 località. Purtroppo
solo per pochissimi di questi ospedali è fornito il numero delle religiose impegnate,
per un totale di appena 54. Tra i casi più interessanti da segnalare ci sono l’istituto per
rieducazione dei mutilati a villa Almagià, ad Ancona, aperto a metà del 1918 ed ancora
attivo nel 1921, la presenza di 15 suore nell’ospedale civile di Cosenza trasformato in
ospedale militare, di 6 suore, per tre anni, nel reparto “S. Antonio” dell’Ospedale Mi-
litare di Riserva di Ovada, di 17 suore, dal luglio 1915 al marzo 1919, nel prestigioso
collegio Cicognini di Prato, divenuto un Ospedale Militare di Riserva capace di 400 letti
e di 24 suore in quattro ospedali di Piacenza dal luglio 1915 al marzo 1919, quando,
chiusi questi ospedali, 18 suore sono distaccate presso il convalescenziario “Taverna”
con 400 letti. La particolare situazione di Piacenza è dovuta alla presenza, in città, della
Casa Madre. È interessante accennare al caso di Roma, dove dapprima 12 poi, dal 1916,
28 suore sono addette all’Ospedale Militare di Riserva n. 6 “Principe di Napoli”, alloca-
to nell’omonima caserma (che, con un diverso nome, ospita oggi, tra l’altro, l’archivio
dell’Ufficio Storico dell’Esercito), in cui fino al gennaio 1919 sono ricoverati ben 60.000
militari. Altre 3 suore, coadiuvate da consorelle spagnole, prestano servizio all’Ospedale
Militare di Riserva n. 8, al Collegio Germanico, altre sono al n. 9 al Collegio di S. Ansel-
mo, sull’Aventino, dove sono in funzione apparecchi elettroterapici per la riabilitazione
di soldati divenuti inabili al lavoro. Altre ancora sono al n. 7 “Regina Margherita”, che
nell’agosto 1919 riceve i feriti prima ricoverati nell’ospedale stomatoiatrico all’Accade-
mia di Prussia, con i casi più gravi che devono esser nutriti “con cannelli introdotti in
gola attraverso le guance o da un’apertura praticata nella fasciatura al posto della bocca
non più esistente”. Sempre a Roma, poi, la Casa Generalizia prepara le suore infermiere
per rispondere alle richiesta dell’autorità militare.
Anche per le suore “di Maria Bambina” il III tomo della monumentale storia della
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