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246          Il 1919. Un’Italia vittoriosa e provata in un’Europa in trasformazione




              Smirne, già prevista come zona d’influenza italiana, il 12 agosto il Ministro degli
              Esteri presentò alla Conferenza di Parigi un progetto (che ebbe due varianti suc-
              cessive) basato sulla costituzione di uno Stato Libero di Fiume, la neutralizzazione
              dell’Istria orientale e delle isole di Cherso e Lussino, l’assegnazione di Zara e del
              suo retroterra all’Italia e del resto della Dalmazia alla Jugoslavia, il conferimento
              all’Italia del mandato sull’Albania. Il piano, pur avendo il merito di interrompere
              il muro contro muro dei mesi precedenti, presentava però grossi limiti. A parte
              la necessità di assicurarsi il mandato della Società delle Nazioni, il progetto di Tit-
              toni non segnava un’adesione alla «politica delle nazionalità», propria dell’inter-
              ventismo  democratico  e  di  Wilson,  perché  non  abbandonava  la  politica
              imperialistica, spostandone solo gli obiettivi dalla Dalmazia all’Albania. Tuttavia,
              non soddisfaceva certo nemmeno le aspettative nazionaliste, tanto che l’11-12
              settembre avverrà l’occupazione di Fiume da parte dei legionari di Gabriele d’An-
              nunzio, episodio che evidenziò a tutto il mondo la crisi dello Stato e, in parte,
              della disciplina militare in Italia.
                 Nel giorno della firma del trattato di pace con l’Austria a Saint-Germain-en-
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              Laye, il 10 settembre 1919, in attesa che Wilson rispondesse ufficialmente al
              progetto di Tittoni, Lloyd George e Clemenceau inviarono congiuntamente, come
              prospettato dal Primo ministro francese al Ministro degli Esteri italiano, un tele-
              gramma al Presidente americano per sostenere l’iniziativa italiana e, di fatto, per
              presentare un fronte comune sull’Adriatico tra Francia, Gran Bretagna e Italia. Il
              dispaccio era stato redatto dai tre Paesi coadiuvati dalla delegazione americana,
              consapevole dei punti fermi di Wilson. «L’atteggiamento adottato dal signor Tit-
              toni fin dal suo arrivo a Parigi è notevolmente diverso da quello dei signori Or-
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              lando e Sonnino» – esordiva il telegramma – che erano i responsabili per non
              essere giunti «a una giusta soluzione del problema adriatico». Da una parte, l’Italia
              aveva ora evitato «di invocare» il Patto di Londra; dall’altra, acconsentiva a «im-
              portanti sacrifici».
                 Francia e Gran Bretagna sostenevano la “linea Wilson” con l’eccezione di Al-
              bona da assegnarsi all’Italia, ma non l’assegnazione dell’isola di Cherso, su cui
              Tittoni cedette nei colloqui di inizio settembre. sulla base dei consigli del vicese-


              60  Il Regno dei Serbi, Croati e Sloveni rifiutò di firmare il trattato (LEDERER, La Jugoslavia op.
                 cit., p. 281-284).
              61  Il telegramma è in ALATRI, Nitti op. cit., p. 509-510.
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