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242          Il 1919. Un’Italia vittoriosa e provata in un’Europa in trasformazione




                 Postulando implicitamente la sopravvivenza dell’Impero asburgico, come au-
              spicato da Sonnino, si specificava, infine, che


                    i seguenti territori adriatici dovranno essere assegnati dalle quattro Potenze Alleate
                    alla Croazia, alla Serbia e al Montenegro: nell’Adriatico Settentrionale, l’intera costa
                    dalla Baia di Volosca ai confini dell’Istria fino alla frontiera settentrionale della Dal-
                    mazia, compresa la costa che è attualmente ungherese e l’intera costa della Croazia,
                    con il Porto di Fiume […] E, nell’Adriatico meridionale (nella zona che interessa
                    la Serbia e il Montenegro) l’intera costa da Capo Planka fino al Fiume Drina, con
                    gli importanti Porti di Spalato, Ragusa, Cattaro […] Il Porto di Durazzo dovrà es-
                    sere assegnato allo Stato indipendente mussulmano di Albania. 50

                 Nelle parole di Salandra, «l’abbandono di Fiume» da parte dell’Italia fu «un
              sacrifizio; ma deliberatamente reputammo [lui e Sonnino] di doverlo fare per con-
              seguire d’altra parte il non disputabile predominio militare» nell’Adriatico. 51
                 Di fronte alla nuova situazione che vedeva la nascita del Regno dei Serbi,
              Croati e Sloveni (dal 1929 Regno di Jugoslavia), nella classe politica italiana si ma-
              nifestarono sostanzialmente due posizioni. Un gruppo composto da conservatori,
              nazionalisti e interventisti di varie tendenze chiedeva quanto previsto dal Patto
              di Londra con l’aggiunta di quelle parti della Dalmazia da esso non previste e di
              Fiume; l’Adriatico dal golfo di Arbe alle Bocche di Cattaro doveva divenire un
              lago italiano. Per essi alla rivalità con l’Austria-Ungheria succedeva quella con gli
              jugoslavi; il principio di nazionalità non doveva tener conto solo del numero (che
              avrebbe visto prevalere in molte zone gli slavi), ma anche di fattori storici e di ci-
              viltà, che facevano dell’Italia l’erede, oltre che dell’Impero romano, della Serenis-
              sima Repubblica di Venezia. L’interventismo democratico (Salvemini, Bissolati),
              il Corriere della Sera e i socialisti, per assicurare una pacifica convivenza con gli
              slavi – necessaria per ragioni militari ed economiche – e un’equa applicazione del
              principio di nazionalità, chiedevano la revisione del Patto di Londra per garantire
              l’annessione all’Italia di Fiume (i cui abitanti si erano espressi in tal senso) o al-
              meno la sua costituzione in territorio autonomo, rinunciando alla Dalmazia, ma
              non a Zara.
                 Va ricordato, soprattutto in questa sede, che mentre il Regio Esercito fece pre-
              senti le difficoltà di garantire il controllo di isole e di una costa alle cui spalle stava


              50  Il testo integrale è in Storia delle relazioni internazionali. Testi e documenti (1815-2003) op. cit., p.
                 174.
              51  SALANDRA, A., L’Intervento. Mondadori, Milano 1930, p. 194-195.
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