Page 241 - Il 1919. Un’Italia vittoriosa e provata in un’Europa in trasformazione. Problematiche e prospettive - Atti 11-12 novembre 2019
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IV Sessione - L’Italia a Versailles. Aspetti di politica internazionale  239




                 Si aggiunga a ciò l’opinione prevalente all’estero che lo sforzo militare italiano
              fosse stato per nulla essenziale ai fini della vittoria finale; una convinzione rimasta
              poi in gran parte della storiografia straniera, anche la più quotata, che ricorda più
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              facilmente la sconfitta di Caporetto della vittoria di Vittorio Veneto. Di ciò il
              Comando Supremo italiano era consapevole già nei giorni stessi dell’armistizio,
              come risulta dal messaggio che il generale Armando Diaz inviò il 4 novembre al
              presidente del Consiglio Vittorio Emanuele Orlando nel quale affermava: «Vi
              sono tentativi di svalutazione dei risultati della nostra vittoria». 42
                 Infine, va ricordato che lo strumento diplomatico in base al quale l’Italia era
              entrata in guerra, il Patto di Londra del 26 aprile 1915, si fondava sui presupposti,
              venuti poi meno, della sopravvivenza dell’Impero austro-ungarico e della presenza
              di una minaccia russa nell’Adriatico; perciò esso non conteneva, tra l’altro, la ri-
              vendicazione di Fiume, dovendosi comunque lasciare all’Austria-Ungheria un
              porto di una certa importanza. Non si può certo accusare Sonnino, come farà
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              tra gli altri Carlo Sforza, di non aver previsto la fine degli Asburgo; la più recente
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              storiografia ha giustamente sottolineato che questa non era prevista né preve-
              dibile e che nell’Impero operavano sì forze centrifughe ma anche centripete, per
              cui il suo destino non era affatto scontato. Nella politica di Sonnino riecheggiava
              poi la concezione di Cesare Balbo: l’Impero asburgico era indispensabile all’equi-
              librio europeo, era un avamposto della civiltà cristiana e aveva un ruolo insosti-
              tuibile nei Balcani. 45




                 York 1938, p. 199-200.
              41  Un esempio di ciò, dovuto anche all’ignoranza della lingua italiana che non consente di do-
                 cumentarsi, è un volume che ha goduto di peraltro meritato successo. KENNEDY, P. M.,
                 scrive, infatti, a proposito dell’Italia: «La sua “vittoria” finale nel 1918, come la sconfitta finale
                 e la disgregazione dell’impero asburgico, dipesero essenzialmente da iniziative e decisioni
                 prese altrove», salvo poi contraddirsi più avanti, ove parla di «splendide vittorie [senza virgo-
                 lette stavolta] in Siria, Bulgaria e Italia» (Ascesa e declino delle grandi potenze. Garzanti, Milano
                 1993, p. 372 e 385). In generale cfr. MONDINI, M., Gli storici anglosassoni snobbano l’Italia del
                 ’15-18, in La Lettura, «Corriere della Sera», 24 novembre 2019, p. 11.
              42  Diaz a Orlando, 4-11-18, in DDI op. cit.. Sesta serie, vol. I: 4 novembre 1918-17 gennaio 1919.
                 Istituto Poligrafico-Libreria dello Stato, Roma 1956, doc. n. 3.
              43  SFORZA, C., Costruttori e distruttori. De Luigi, Roma 1945, p. 306 e sg.
              44  Cfr. per tutti FEJTŐ, F., Requiem per un Impero defunto. La dissoluzione del mondo austro-ungarico.
                 Mondadori, Milano 1990.
              45  Cfr. CHABOD, F., L’Italia contemporanea. Einaudi, Torino 1961, p. 20-23.
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