Page 66 - L'Italia in guerra. Il terzo anno 1942 - Cinquant'anni dopo l'entrata dell'Italia nella 2ª Guerra Mondiale: aspetti e problemi
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- l'insistente rivendicazione italiana a definire in una "carta dell'Europa"
                   il  postulato "ordine nuovo"  post-bellico di  Hitler, ripetutamente enfatiz-
                   zato e richiamato ma rimasto sempre ad un nebuloso stato concettuale.
                   Questo, per opporsi in qualche modo all'enunciazione della "Carta Atlan-
                   tica" alleata di fine  1941, le cui ripercussioni concrete si facevano inve-
                   ce  sentire;
                 - la  deprecazione  della  politica  di  occupazione tedesca  ~d il  "problema
                   ebraico", che creavano il vuoto attorno all'Asse e che -  unitamente al-
                   le  avvisaglie  del  suo  tracollo  militare  -  gli  stavano  progressivamente
                   alienando le simpatie dei sostenitori più tiepidi (Spagna, Turchia, Svezia).
                      In ultima analisi, alla fine del 1942 lo stato dell'alleanza era in crisi.
                 L'Italia  era  prostrata  e  -  consapevole  di  non  riscuotere la  fiducia  e la
                 stima della Germania -   rinfacciava con qualche veemenza a Berlino gli
                 inadempimenti tedeschi, qualificandoli come motivi del proprio collasso.
                      Furono così  vanificate anche le  speranze di Mussolini di portare, a
                 fine 1942, da 71 a 80 le divisioni dell'Esercito (disperse in ben 8 scacchie-
                 ri  operativi:  Libia,  Russia,  Egeo,  Grecia,  Croazia,  Albania,  Montenegro
                 e territorio metropolitano) e di potenziare la riserva centrale, in una grot-
                 tesca reiterazione dell'esiziale principio della quantità a scapito della qua-
                 lità, che sembrava essere stato abbandonato in previsione dell'operazione
                 di  Malta.


                 L'alleanza  sul piano della cooperazione militare
                      Se  nell'Asse  ci  si  aspetta  -  sulla  scorta  del  comportamento  anglo-
                 americano -   di  trovarsi di  fronte ad un lavoro affrontato da Stati Mag-
                 giori  congiunti  c'è da  rimanere  delusi.
                      Le  decisioni politico-strategiche Alleate si dipanavano attraverso pe-
                 riodici incontri dei Capi di Stato, i quali, nelle cosiddette conferenze, defi-
                 nivano la  condotta della guerra (o grande strategia) per un dato periodo
                 e gli obiettivi da raggiungere; le direttive politiche passavano quindi a grup-
                 pi di lavoro emanati dai  più alti vertici  militari (riuniti in un Comitato
                 dei Capi di Stato Maggiore Congiunto), che -  attraverso una fase concet-
                 tuale ed una organizzativa- elaboravano di lunga mano i disegni strategi-
                 ci e raccoglievano le forze e i mezzi per realizzarli; a cascata, poi, e sempre
                 più nel dettaglio, i disegni si trasformavano in piani ai vari livelli di com-
                 petenze (Comandi di  Gruppi d'Armate o di Fronte, Comandi d'Armata
                 e  così  via).


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