Page 115 - Il Generale Giuseppe GARIBALDI
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LA CAMPAGNA DEL 1849 113
dia garibaldino, il quale le aveva bravamente assalite; benché gli Austriaci, mol-
to più numerosi, avessero costretto i garibaldini a ritirarsi, pure, per ragioni ri-
maste sconosciute, anziché proseguire per Arezzo, si erano ritirati su Perugia.
La sera del 22, Garibaldi, nel duplice intento di proseguire per la valle del-
l’Arno ed indurre così le forze austriache a sguarnire quella del Tevere, in cui
egli si proponeva poi di ripassare per il colle dello Scopetone, nonché di ri-
fornire le sue truppe in un grosso centro prima di prendere la via dei monti,
ordinò di riprendere la marcia verso Arezzo, che fu raggiunta la notte stessa.
Il partito reazionario, che prevaleva nella città, ne chiuse le porte e con le
poche milizie di cui disponeva allestì una difesa che, senza il buon senso di
Garibaldi, il quale seppe trattenere i suoi da inutili violenze, sarebbe stata nul-
la più che un episodio eroicomico. Il generale si accontentò di porre il cam-
po sulle alture di Santa Maria, e di chiedere alla Congregazione comunale i
necessari rifornimenti. Sollecitamente ottenutili e saputo che gli Austriaci
avanzavano da Castiglione e da Foiano, nel pomeriggio stesso del 23 il cam-
po fu tolto, per affrontare senz’altro il valico dell’Appennino. Nelle primissi-
me ore del mattino del 24, la colonna ridiscendeva già nella valle del Tevere,
mentre, sotto le mura di Arezzo, milizie cittadine ed austriache battagliavano
nel buio, credendo le une e le altre di avere a che fare con i garibaldini.
Dopo una breve sosta a Citerna, nella valle del Cerfone, Garibaldi si dires-
se al ponte di Sansepolcro, passando ivi il Tevere, e discendendo poi per la si-
nistra del fiume, fino a San Giustino, ai piedi della salita per il colle di Boc-
ca Trabaria; pattuglie, diramate in più sensi, gli riferivano, frattanto, che co-
lonne austriache avanzavano su Sansepolcro, su Città di Castello, su Pistrino.
Evidentemente il nemico riteneva, con l’occupazione di Sansepolcro e di Cit-
tà di Castello, di poter chiudere Garibaldi tra il Tevere e la giogaia che dal-
l’Alpe della Luna corre, aspra ed elevata, fino a monte Fumo. A questa, quin-
di, Garibaldi si volse immediatamente, noncurante dello stato delle strade -
veri sentieri da capre - e della stanchezza dei suoi; il 27, alle 19, era in cima
al colle ed iniziava, senz’altro, la discesa nella valle del Metauro. La colonna
non sostò che alle 10 antimeridiane del 28, a Mercatello; al conte Marsili,
Priore del comune, che si era recato a salutarlo, Garibaldi disse, nel congedar-
lo: «Fra dieci anni ci rivedremo!». E la parola fu mantenuta.
Non ogni pericolo, però, era scongiurato. Accortosi, finalmente, che Ga-
ribaldi gli era nuovamente sfuggito, il generale Stadion, che comandava le

