Page 110 - Il Generale Giuseppe GARIBALDI
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                   degna di Roma e dei suoi reggitori, uscire tutti dalla città, senza trattare con
                   lo straniero su terra italiana, e ricominciare una guerra di bande nel territorio
                   degli Stati Romani, agitando il paese e tormentando il nemico. «Ovunque noi
                   saremo, sarà Roma», concluse, e senz’altro uscì dall’Assemblea, e, rimontato
                   a cavallo, raggiunse nuovamente, per l’ultima volta, il Gianicolo.
                      Ma il fiero divisamento del generale non fu accolto dall’Assemblea, la qua-
                   le si limitò, invece, a votare una laconica dichiarazione:
                      «In nome di Dio e del Popolo.
                      «L’Assemblea Costituente Romana cessa una difesa divenuta impossibile e
                   resta al suo posto».
                      Mazzini, con i due compagni di Triumvirato rifiutò di sottoscrivere quel-
                   l’ordine del giorno, che equivaleva ad una resa, per quanto dignitosa, ed offrì
                   le sue dimissioni. Una deputazione dell’Assemblea, intanto, si recava dal ge-
                   nerale Oudinot, allo scopo di discutere le modalità per l’ingresso delle trup-
                   pe francesi in Roma. Fu stabilito che questo sarebbe avvenuto il giorno 3 lu-
                   glio.
                      Al trionfo nemico, Garibaldi non volle assistere.
                      Il mattino stesso del giorno 2 convocò le sue truppe in piazza San Pietro;
                   quando egli vi giunse a cavallo, una folla immensa si accalcava davanti alla ba-
                   silica. Un evviva poderoso, e poi una calma di morte nella piazza sterminata.
                   La voce sonora, indimenticabile del generale si diffuse in ogni angolo: «Io
                   esco da Roma: chi vuol continuare la guerra contro lo straniero, venga con
                   me. Non offro né paga, né quartieri, né provvigione; offro fame, sete, marce
                   forzate, battaglie e morte. Chi ha il nome d’Italia non sulle labbra soltanto
                   ma nel cuore, mi segua». Luogo ed ora di convegno: piazza San Giovanni in
                   Laterano, alle ore diciotto.
                      Prima ancora dell’ora, un piccolo esercito era già radunato in quella piaz-
                   za, ordinariamente deserta. Tutti i migliori ed i più fidi non erano mancati al-
                   l’appello: v’era Ciceruacchio a cavallo, seguito dal figlio tredicenne; v’era Ugo
                   Bassi, con la camicia rossa ed il crocefisso sul petto; festeggiatissima, infine,
                   comparve tra le schiere Anita Garibaldi, montata a cavallo e rivestita della di-
                   visa gloriosa della legione italiana. Dietro di loro si formò una lunga schiera
                   di circa quattromila volontari, tra  legionari, bersaglieri lombardi, studenti, fi-
                   nanzieri, pochi superstiti dei lancieri di Masina ed alcuni dragoni pontifìci.
                   Uniformi svariatissime ed incomplete; pochi possedevano uno zaino, un ta-
                   scapane, una coperta; nessuno il cappotto e la tenda. Un cannone da 4 libbre
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