Page 107 - Il Generale Giuseppe GARIBALDI
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impag. Libro garib CISM  19-02-2008  13:12  Pagina 105








                                                LA CAMPAGNA DEL 1849                      105




                      tar via o distruggere tutto il materiale di guerra, partire lontano da Roma,
                      marciare rapidamente tra i Francesi e gli Austriaci, attraverso la Toscana,  ap-
                      provvigionare le truppe ad Arezzo, piombare su Ancona e dare battaglia agli
                      Austriaci, riuscendo a svegliare l’insurrezione nelle montagne. Ma a quel pia-
                      no, senza dubbio ardito, che trovava finalmente concordi le due maggiori
                      personalità della Repubblica, si opposero decisamente il Roselli e gli altri; fu
                      allora che Garibaldi, adirato e scorato, abbandonò il suo quartier generale.
                         Ma bastò che da lui si recasse il Manara, e con cuore di soldato gli pro-
                      spettasse i pericoli del suo allontanamento e gli chiedesse, a nome di Roma,
                      di tornare al suo posto, perché Garibaldi riprendesse la spada e risalisse al Gia-
                      nicolo, tra gli evviva della popolazione.
                         Il mattino del 28, quando i legionari garibaldini ricomparvero al loro po-
                      sto di battaglia, fu tutta una fiamma di camicie rosse sui bastioni: quella di-
                      visa gloriosa, che fino al giorno prima era stata prerogativa del solo Stato
                      Maggiore, essi avevano voluto tutti vestire, per l’ultimo cimento. Si credette,
                      anzi, dai più che appunto per questo essi fossero, il giorno prima, discesi in
                      città, e l’entusiasmo più puro tornò a divampare in quelle legioni, votate alla
                      morte.




                      LA RESA

                         II duello tra le artiglierie francesi e quelle della Repubblica Romana era a
                      condizioni troppo impari. Le poche batterie della difesa erano, come dice Ga-
                      ribaldi, addirittura «soffocate sotto la tempesta dei proiettili nemici»; i para-
                      petti lungo la linea delle mura Aureliane non eran più che mucchi informi di
                      terra; seminato di rovine e di buche era il terreno nella parte alta, davanti al-
                      la porta San Pancrazio.
                         Giudicando venuto, ormai, il momento dell’assalto finale, il generale Ou-
                      dinot scelse per esso la notte dal 29 al 30 giugno. Quella sera, per la ricorren-
                      za di San Pietro, il popolo di Roma aveva voluto che la cupola michelangio-
                      lesca fosse, anche quell’anno, illuminata a festa, ed il tempio fiammeggiò di
                      mille fiaccole nella notte, come una sfida al nemico ed all’avversità del desti-
                      no; fino a quando, poco prima della mezzanotte, un violento acquazzone si
                      abbattè sulla città.
                         Lassù, sulle linee del Gianicolo, si vegliava.
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