Page 103 - Il Generale Giuseppe GARIBALDI
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                                                LA CAMPAGNA DEL 1849                      101




                      chevoli circa l’impegno della artiglierie, fu grave errore aver posto in testa i le-
                      gionari polacchi, che meno di tutti conoscevano il terreno. Accadde, così, che
                      essi, sbagliando percorso e facendo un giro vizioso, si venissero a trovare di
                      fronte alla legione italiana; qualche fucilata partì nell’oscurità, causando uno
                      scompiglio generale, così che Garibaldi, dubitando ormai che si potesse rag-
                      giungere lo scopo essenziale di sorprendere l’avversario, si vide costretto ad
                      ordinare alle truppe di rientrare in città, non risparmiando, però, le rampo-
                      gne più acerbe anche ai suoi stessi legionari.
                         Nessuno può dire quale avrebbe potuto essere l’esito di quell’azione not-
                      turna, senza il malaugurato incidente; è certo, però, poiché risulta dal rappor-
                      to del Vaillant, che di nulla i Francesi ebbero sentore quella notte, nè le loro
                      sentinelle udirono le fucilate.
                         Uno scontro di avamposti ebbe luogo, il giorno seguente, tra due compa-
                      gnie del genio francese ed un battaglione del reggimento «Unione», che at-
                      tendeva a lavori di trincea presso la porta San Pancrazio. Il giovane maggiore
                      Panizzi, modenese, ch’era stato il giorno prima promosso a tal grado, non esi-
                      tò a dar l’ordine di lasciare le zappe per i fucili, lanciandosi egli stesso, per pri-
                      mo, contro gli avversari, e cadendo fulminato da tre palle in pieno petto. Una
                      commovente gara si accese, allora, tra i gregari dell’eroe, per contenderne al
                      nemico la spoglia; di una quindicina, che al pietoso compito si accinsero, ben
                      nove caddero presso il loro comandante. Seguitava, intanto, con accanimen-
                      to la lotta, segnata da atti magnifici di valore. Salito sopra un cumulo di ma-
                      cerie, il capitano Wern, un polacco che aveva combattuto in Africa con i
                      Francesi, gridava ai soldati di Oudinot: «Colpite qui, nel petto, dove brilla la
                      Croce della Legion d’Onore, guadagnata con voi e per voi», e cadeva ferito
                      gravemente alla faccia; con verso stoicismo il maggiore Fanti, di Ferrara, sop-
                      portava l’amputazione di un braccio, e moriva poi, dissanguato, benedicendo
                      l’Italia; ed il soldato Poggi, dopo aver subito anch’egli la recisione di un brac-
                      cio, afferratolo con la mano rimastagli, lo gettava al di là dei bastioni.
                         «Sul Gianicolo si combatte, e questo popolo è degno della passata gran-
                      dezza. Qui si vive, si muore, si sopportano le amputazioni al grido di: Viva la
                      Repubblica! Un’ora della nostra vita in Roma vale un secolo di vita».
                         Così scriveva Garibaldi, il 21 giugno alla sua diletta Anita, che dopo esse-
                      re stata con lui a Rieti dalla fine di febbraio al 13 aprile, era ritornata a Niz-
                      za, nella casa paterna del generale.
                         Quella lettera, però, non raggiunse mai Anita, perché l’eroica donna, qua-
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