Page 98 - Il Generale Giuseppe GARIBALDI
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                   lungo trattenuti fino a quel momento in riserva, per ordine del Roselli. Una
                   compagnia di essi fu subito mandata ad occupare la casa Giacometti, edificio
                   di piccole dimensioni ma di solida costruzione, che si ergeva quasi di fronte
                   al «Vascello», dall’altro lato della strada, ed offriva buon campo di tiro sui
                   giardini Corsini e sulle finestre della villa; altre due compagnie si lanciarono
                   ad un nuovo contrattacco contro villa Corsini. Con le piume al vento, i bal-
                   di bersaglieri lombardi si avventarono di corsa su per l’erta, ma, accolti da una
                   nutritissima fucileria, furono costretti a buttarsi a terra, rimanendo così per
                   alcuni minuti sottoposti al fuoco dei Francesi, tanto più numerosi e tanto
                   meglio riparati. Tra gli ufficiali che, ritti in piedi, assistevano impassibili al-
                   l’eccidio, cadde, trapassato da una palla, il capitano Enrico Dandolo; solo al-
                   lora il Manara si risolse a far suonare il segnale della ritirata.
                      Casa Giacometti, frattanto, era stata felicemente occupata, e dalle finestre
                   di essa i bersaglieri fulminavano le pareti di villa Corsini; forse, se Garibaldi
                   avesse fatto quel punto perno di un nuovo contrattacco, concentrando pre-
                   ventivamente tutto il fuoco delle artiglierie contro la villa, avrebbe potuto an-
                   cora mutare le sorti della giornata. Invece egli, forse stanco, forse fidando so-
                   verchiamente nell’entusiasmo e nell’eroismo dei suoi legionari, perseverò nel-
                   l’errore fatale di seguitare a lanciare attacchi di esigui manipoli contro la po-
                   sizione formidabile. Così, vista ancora disponibile una piccola riserva di ber-
                   saglieri, al comando di Emilio Dandolo, fratello di Enrico, l’incitò ad un
                   nuovo assalto. Non erano che una ventina di uomini, comandati da un gio-
                   vane diciannovenne; pure, l’invito del generale fu per loro un ordine, e con
                   ardimento che parve follia volarono alla morte. Di venti, otto caddero ben
                   presto nel sangue; il Dandolo stesso ebbe una coscia straziata dalla mitraglia.
                      Sotto la sferza del mezzogiorno, il fuoco seguitò rabbioso da entrambe le
                   parti; dalla casa Giacometti, dal Vascello e dai bastioni i garibaldini tempesta-
                   vano di colpi la facciata di villa Corsini, che ormai minava da ogni parte.
                      Ad un tratto il fuoco francese parve rallentare: si cambiavano forse le trup-
                   pe della prima linea. Parve, quello, a Garibaldi il momento opportuno per un
                   estremo tentativo; questa volta l’onore toccò al Masina, con i suoi lancieri, cui
                   volle unirsi il generale Galletti, benché già ferito ad un braccio. Preceduto, co-
                   sì, da due feriti gloriosi, l’impetuoso stuolo di cavalieri si slanciò al galoppo
                   su per l’erta; sempre a cavallo, il Masina fu visto sulla scalea travolgere e scia-
                   bolare soldati francesi.
                      A tale spettacolo di sublime audacia i numerosi spettatori, che dai bastio-
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