Page 95 - Il Generale Giuseppe GARIBALDI
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                                                LA CAMPAGNA DEL 1849                       93




                      dei Parioli, per garantirsi contro una possibile sorpresa da ponte Molle. Se-
                      nonché, il comando romano mancò di dare la dovuta importanza alle ville
                      Corsini e Pamphili, le quali, soprattutto per la loro posizione dominante, rap-
                      presentavano il naturale avamposto del tratto di mura cui miravano i France-
                      si; si era trascurato, durante l’armistizio, di eseguirvi lavori di fortificazione, e
                      per giunta, alla vigilia del nuovo attacco vi si era posto un più che insufficien-
                      te presidio - tre o quattrocento uomini appena, tra studenti e volontari - con
                      compito più di osservazione che di difesa.
                         II turbine più minaccioso si avanzava sulla Repubblica dei Triumviri.
                         Mentre i Francesi denunziavano la tregua, gli Austriaci erano già in mar-
                      cia per le Marche e l’Umbria, ed a Gaeta, fin dal 27 maggio, era sbarcato un
                      corpo di spedizione spagnolo, al comando del generale Fernandez de Cordo-
                      ba; fortunatamente, questo nuovo contingente nemico, dopo aver ricevuto la
                      benedizione di Pio IX sull’istmo di Montesecco, non mosse da Fondi che il 3
                      giugno, per poi sostare lungamente a Terracina e di qui, facendo più rumore
                      che danno, spingersi ad una incruenta campagna fino a Terni e Spoleto.
                         Ben più incombente e grave era la minaccia francese ed austriaca, e ben se
                      ne rese conto Garibaldi, tanto che entrato appena a Roma, scrisse a Mazzini,
                      chiedendogli di affidare a lui la lotta contro gli Austriaci, alle dipendenze di-
                      rette del Triumvirato. Ed a tale risoluzione si sarebbe, forse, addivenuti, se
                      non fosse sopraggiunto ultimatum di Oudinot. Chiamato ad esprimere il suo
                      pensiero sul da farsi, Garibaldi parlò chiaro: «Giacché mi chiedete ciò che io
                      voglio, ve lo dirò. Qui io non posso esistere per il bene della Repubblica che
                      in due modi: o dittatore illimitatissimo, o milite semplice. Scegliete». Era va-
                      no sperare che Mazzini si sarebbe risolto a cambiare in un’aperta dittatura, e
                      per giunta non conferita a lui, quel governo popolare, retto da un Triumvira-
                      to elettivo, che rispondeva ai suoi concetti politici; è indubbio d’altra parte,
                      che Garibaldi non agisse né per ambizione né per interesse personale, nel
                      chiedere che la direzione delle cose politiche e militari fosse riunita nelle ma-
                      ni di un solo Capo; mezzo supremo ed unico, quando il nemico è alle porte.
                         Garibaldi non fu creato dittatore, e neppure comandante in capo, al po-
                      sto del Roselli. Questi, con ordine del giorno del 2 giugno, affidava a Gari-
                      baldi la difesa della riva destra del Tevere, al comando di una Divisione, le cui
                      due Brigate avevano a capo il generale Galletti l’una, il generale Marocchetti
                      l’altra. Essendo Garibaldi tuttavia sofferente per la caduta a Velletri, il coman-
                      do fu assunto temporaneamente dal Galletti; dolorosa circostanza, questa,
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