Page 93 - Il Generale Giuseppe GARIBALDI
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                                                LA CAMPAGNA DEL 1849                       91




                      apertamente manifestato la sua disapprovazione per l’iniziativa di Garibaldi,
                      si dichiarò assolutamente contrario sia ad attaccare le truppe borboniche che
                      ancora erano dentro Velletri, sia ad inseguire quelle in ritirata. Quando, al
                      mattino seguente, i bersaglieri del Manara entrarono in Velletri, trovarono le
                      strade vuote e silenziose.
                         L’episodio di Velletri, che avrebbe potuto risolversi forse in una grande vit-
                      toria, bastò tuttavia per creare a Roma un vivo entusiasmo e per ridestare le
                      speranze nel trionfo finale della causa re pubblicana. Il generale Roselli rien-
                      trò subito nella Capitale, ma a Garibaldi fu consentito di proseguire per Fro-
                      sinone ed Arce, nella speranza che la sua presenza potesse sollevare le popola-
                      zioni al confine del territorio napoletano. Da Rocca d’Arce, però, il generale,
                      il giorno 27, fu richiamato in fretta a Roma, per il rinnovato atteggiamento
                      minaccioso dei Francesi.
                         Con costoro, infatti, era stato lungamente discusso un accordo, per il qua-
                      le gli Stati Romani si ponevano sotto la protezione della Francia; Roma avreb-
                      be avrebbe accolto le truppe francesi come amiche ed i due eserciti avrebbe-
                      ro insieme cooperato all’ordine interno. Le truppe francesi, però, avrebbero
                      dovuto accampare fuori di Roma. A quest’ultima clausola si mostrò subito e
                      decisamente contrario il generale Oudinot, e nonostante che il concordato
                      fosse stato, il 31 maggio, firmato dal de Lesseps e dai Triumviri egli dichiarò
                      che, per suo conto, considerava rotte le trattative e, per conseguenza, scadu-
                      to l’armistizio.
                         Protestò il de Lesseps che nessun atto di ostilità potesse fare il comandan-
                      te delle truppe prima che fossero venute istruzioni da Parigi, ove il testo del-
                      l’accordo intervenuto era stato subito trasmesso. Ma da Parigi era già in viag-
                      gio un dispaccio, col quale il governo francese dava ordine al de Lesseps d’im-
                      barcarsi a Civitavecchia, per rientrare in patria, ed al generale Oudinot di ri-
                      prendere le operazioni, per entrare al più presto in Roma.
                         In conseguenza, il generale francese comunicava, il 1° giugno, al Roselli
                      che l’armistizio era da considerarsi ufficialmente denunziato; tuttavia, per da-
                      re ai cittadini francesi il tempo di lasciare la città, aggiungeva che egli non
                      avrebbe attaccato «la piazza» prima del lunedì 4 giugno.
                         Fieramente, l’Assemblea romana rispose che i difensori di Roma avrebbero
                      preferito a qualsiasi resa vergognosa farsi seppellire sotto le macerie della città.
                         Si preparava, così, l’ultimo atto del dramma.
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