Page 94 - Il Generale Giuseppe GARIBALDI
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92 IL GENERALE GIUSEPPE GARIBALDI
IL 3 GIUGNO
La tregua non era stata inutile per il generale Oudinot. Da due compagnie
del genio egli aveva fatto gettare un ponte sul Tevere presso S. Paolo; aveva
spostati alcuni reparti, in modo da render loro più agevole l’occupazione, al
momento opportuno, dell’altura di monte Mario; aveva portato molto più
avanti il suo quartier generale, ponendolo a villa Santucci, sulla via Portuen-
se, a soli tre chilometri e mezzo da Porta Portese.
Dalla Francia, intanto, erano arrivati notevoli rinforzi di uomini, di arti-
glierie, di materiali vari. Si può calcolare che il corpo di spedizione contasse
ormai da 28 a 30 mila combattenti, 3500 cavalli e 76 pezzi d’artiglieria, dei
quali una trentina d’assedio. Tre Divisioni costituivano il Corpo, al coman-
do, rispettivamente dei generali Regnault de Saint-Jean-d’Angély, Rostolan e
Guesviller. La prima di esse era schierata al centro, da villa Santucci a villa
Pamphili; la seconda alla destra; la terza a sinistra, nella zona di monte Ma-
rio. Con quest’ultima Divisione era il parco d’assedio; la cavalleria era radu-
nata all’ala destra, presso San Paolo; la riserva, col quartier generale.
Dopo ampie discussioni tra l’Oudinot ed il Vaillant, si convenne sull’op-
portunità di concentrare tutti gli sforzi contro il Gianicolo; una volta padro-
ni di quell’altura, la città sarebbe stata alla mercé delle loro batterie e costret-
ta alla resa. Non si nascondevano i due generali francesi che da quella parte
l’attacco sarebbe stato più arduo; d’altra parte, considerazioni d’ordine mili-
tare e politico sconsigliavano di passare sulla sinistra del Tevere e tentare il for-
zamento delle mura imperiali, come poi fecero gli Italiani nel 1870. Era da
prevedere, infatti, che quando i Francesi fossero penetrati in Roma, i difen-
sori avrebbero opposto l’ultima disperata resistenza nelle vie stesse della città;
ed a Milano, come a Messina, si era visto, l’anno prima, che cosa fosse una
lotta di tal genere. I Francesi, inoltre, non potevano trascurare il pericolo che
una battaglia entro la città avrebbe costituito per i monumenti d’arte; il Vail-
lant stesso ritenne doversi evitare ad ogni costo «un trionfo proclamato sulle
rovine cruente di Roma».
I dirigenti la difesa, dal loro canto, seguirono la giusta presunzione che an-
che questa volta, nonostante il largo spiegamento a semicerchio delle file av-
versarie, lo sforzo massimo sarebbe stato esercitato contro il tratto tra porta
Cavalleggeri e porta San Pancrazio. Quivi, pertanto, furono concentrati i
massimi mezzi difensivi, dislocando appena alcune compagnie sulle colline

