Page 102 - Il Generale Giuseppe GARIBALDI
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                   tà senza affrontare un nuovo inutile spreco di vite. Faceva pervenire, intanto,
                   al generale Roselli un nuovo invito alla resa, cui il Triumvirato, con l’usata fie-
                   rezza, rispose: «Noi non tradiamo mai le nostre promesse. Abbiamo dichiara-
                   to di difendere, in esecuzione agli ordini dell’Assemblea e del popolo roma-
                   no, la bandiera della repubblica, l’onore del Paese, la santità della Capitale del
                   mondo cristiano, e manterremo la promessa».
                      Ardimento ed inflessibilità tanto più mirabili, quando si pensi alle condi-
                   zioni sempre più disperate della difesa ed alla divisione degli animi, che ogni
                   giorno più profondamente si andava manifestando nella popolazione. Men-
                   tre, infatti, tutto il rione di Trastevere si manteneva solidale col governo, man-
                   dando anche molti suoi figli generosi, sotto la guida del popolare Ciceruac-
                   chio, a porgere aiuto ed a morire sulla linea di fuoco, non altrettanto avveni-
                   va in altri quartieri della città; fosse per l’inveterato attaccamento al Pontefi-
                   ce, o per la stanchezza dell’assedio e per il timore di più gravi, prossimi peri-
                   coli.
                      Irritato dal rifiuto sdegnoso del Triumvirato, il comandante francese in-
                   tensificò i lavori di fortificazione e l’azione delle artiglierie. Una vera grandi-
                   ne di palle cominciò ad abbattersi, dal giorno 5, sulle  facciate del Vascello e
                   della casa Giacometti, a poco a poco sgretolandone inesorabilmente i muri ed
                   abbattendo le fragili difese, mentre le linee di trincee francesi, gremite di ti-
                   ratori procedevano sempre più avanti tra il convento di San Pancrazio ed il
                   Monte Verde, spazzando il terreno col fuoco di fucileria. Giorno per giorno
                   le schiere dei difensori si assottigliavano e dileguavano le loro speranze.
                      Pensò, allora, Garibaldi, se meglio non fosse uscire da quel fosco recinto
                   di morte e tentare una sortita sul fianco dell’avversario. La battaglia in cam-
                   po aperto; il suo sogno, ed insieme il salutare principio di guerra, che invano
                   egli aveva, ripetutamente, tentato di far prevalere. Nuove discussioni, anche
                   questa volta, col comando in capo, circa l’esecuzione del progetto garibaldi-
                   no e le forze da impiegarvi. Alla fine, riuniti, la sera del 10 giugno, 8000 uo-
                   mini circa in piazza San Pietro, Garibaldi uscì dalla porta Cavalleggeri, po-
                   nendo la legione polacca in avanguardia ed i lancieri in coda; il grosso era for-
                   mato dalla legione italiana, dai bersaglieri lombardi e da quattro battaglioni
                   di altri corpi. Concetto dell’azione era di attaccare, lateralmente, le posizioni
                   francesi di villa Pamphili; se la sorpresa fosse riuscita, altre truppe avrebbero
                   avanzato, frontalmente, da porta San Pancrazio.
                      A parte, però, i difetti di preparazione e soprattutto le disposizioni man-
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