Page 106 - Il Generale Giuseppe GARIBALDI
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                   trarvi furono costrette a sloggiare, lasciandovi, tra gli altri, il sergente Giaco-
                   mo Venezian, triestino (cui fu eretto, più tardi, un busto sulle rovine del Va-
                   scello) e due giovani legionari milanesi, il Rasnesi ed il Magni. Furono feriti,
                   e si salvarono a stento, il capitano Sorini, comandante una delle due compa-
                   gnie, il pittore Girolamo Induno ed il giovinetto Cadolini, di Cremona.
                      La notte dal 23 al 24, lo stremato presidio di casa Giacometti dovette, al-
                   fine, abbandonare quel rudere e riparare nel Vascello, che resisteva, tuttavia,
                   quasi miracolosamente. Il 26 i Francesi, decisi a finirla, vi riversarono sopra
                   una vera valanga di colpi d’artiglieria, riuscendo ad abbattere un tratto di mu-
                   ro che ancora sovravanzava il resto della costruzione e seppellendo una venti-
                   na di difensori sotto le rovine; con la baionetta in canna, quindi, gli zuavi
                   piombarono sul mucchio di rottami, ritenendo di poter avere ormai ragione
                   di quel pugno d’uomini. Ma invano! All’alba, Medici era ancora padrone del
                   Vascello, il suo Vascello, la cui bandiera non doveva essere ammainata che con
                   il vessillo della Repubblica Romana.
                      Seguitava, intanto, il bombardamento anche sulla città, così da provocare
                   una protesta dei rappresentati esteri, i quali fecero osservare al generale Ou-
                   dinot, per mezzo del colonnello Ghilardi, che Roma era piena di opere d’ar-
                   te secolari, di patrimonio universale, tali da doversi considerare sotto la salva-
                   guardia di tutte le nazioni civili. L’Oudinot rispose che aveva ordini tassativi
                   di entrare al più presto in Roma; unico mezzo per evitare nuovi danni, la re-
                   sa. Ad ogni modo, diede ordini perché l’artiglieria cercasse di rispettare gli
                   edifici di maggiore importanza, concentrando il tiro sulla terrazza di San Pie-
                   tro in Montorio e sulla villa Savorelli: le rovine di questa, quindi, furono do-
                   vute abbandonare il giorno 27.
                      Il popolo di Roma, tuttavia, e specie quello di Trastevere, si mostrava, in
                   quei giorni, molto più coraggioso del solito; un solo momento di scoramen-
                   to vi fu quando, la sera del 27 giugno, si sparse la notizia che Garibaldi, per
                   un nuovo e più grave dissidio col Triumvirato, aveva abbandonato la difesa
                   delle mura ed era disceso, con i suoi fidi, in città. Sembra che Garibaldi fos-
                   se tornato a manifestare la sua antica idea di uscire dalla città e portare altro-
                   ve le sorti delle armi, anche, com’egli diceva, «per dare la sveglia alle provin-
                   cie d’Italia». Non si può dire con esattezza che cosa sia, precisamente, acca-
                   duto tra il generale, il Roselli, Mazzini e gli altri. Mazzini, dapprima contra-
                   rio, questa volta apparve convinto della giustezza del disegno garibaldino; egli
                   stesso, più tardi, in una sua lettera affermò essere stata sua intenzione «di por-
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