Page 104 - Il Generale Giuseppe GARIBALDI
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                   si sentendo nell’anima presaga che l’uomo amato stava per affrontare una del-
                   le più grandi crisi della sua vita, aveva voluto corrergli vicino. Il mattino del
                   26 giugno, ella compariva improvvisamente sulle soglie di villa Spada, gettan-
                   dosi fra le braccia del marito.
                      «Ecco la mia Anita - disse con voce commossa Garibaldi ai suoi ufficiali -
                   abbiamo un soldato di più!».
                      Ancora una volta in quei giorni Oudinot, fors’anche perché colpito da
                   quella resistenza degna di antichi eroi, aveva voluto rivolgere al Triumvirato
                   un appello per la resa; ma s’ebbe per sola risposta che «la rivoluzione italiana
                   non doveva essere una farsa».
                      Del rinnovato sdegno dei Francesi fu prova l’accanimento col quale le lo-
                   ro artiglierie si sfogarono contro le posizioni della difesa non soltanto, ma an-
                   che contro la città, non pochi edifici della quale - compresi il palazzo Farne-
                   se ed il Quirinale - ebbero a soffrire danni notevoli. Qualche cittadino, an-
                   che, fu ucciso per le strade.
                      Ma le perdite più dolorose continuavano a lamentarsi al Vascello e sulle
                   mura: sul bastione n. 8 cadeva, ucciso da un colpo di artiglieria, il colonnel-
                   lo Lodovico Calandrella il quale era stato l’anima della difesa su quel tratto di
                   mura; tra le fumanti rovine del Vascello, ormai ridotto a nulla più che il pian
                   terreno, trovarono morte gloriosa il capitano Minuto ed il tenente Fedeli del-
                   la legione italiana, il tenente Tavolacci del genio, il Lenzi del reggimento
                   «Unione».
                      Nella notte dal 20 al 21 un attacco di zuavi francesi alla casa Giacometti
                   fu sventato e respinto alla baionetta, ma anche quel posto avanzato, sventra-
                   to e bruciacchiato, appariva non più tenibile. Ed il giorno stesso, la villa Sa-
                   vorelli, ancora sede del quartier generale di Garibaldi, era crollata rumorosa-
                   mente.
                      Era l’agonia di una difesa disperata.
                      Il mattino del 21, le batterie francesi si diedero a tempestare di colpi le
                   mura, con l’intento evidente di aprirvi delle brecce. Riuscirono infatti a pra-
                   ticarne tre nei bastioni centrali ed in quelli detti Barberini, sulla destra della
                   porta San Pancrazio: sei compagnie, agli ordini del colonnello Niel, ebbero
                   l’incarico di irrompere attraverso di esse, al sopravvenire della notte, mentre,
                   per ingannare i difensori, attacchi diversivi venivano predisposti verso San
                   Paolo ed ai Parioli.
                      Presidiava il tratto di mura minacciato il reggimento «Unione», ma o che
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