Page 116 - Il Generale Giuseppe GARIBALDI
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                   forze austriache raccolte nella zona di Arezzo, aveva ordinato, senz’altro, l’in-
                   seguimento: il Martinowski, che si trovava a Città di Castello, doveva scen-
                   dere, per il colle di Bocca Semola, in valle del Biscubio, sub-affluente del Bu-
                   rano, a sua volta tributario di destra del Metauro, e marciare quindi, per stra-
                   de di montagna, su Sant’Angelo in Vado, cercando di giungervi prima di Ga-
                   ribaldi; il maggiore Tholdos, invece, doveva da Pieve Santo Stefano scalare il
                   colle di Viamaggio, e sbarrare a Garibaldi la valle della Marecchia, ove con-
                   vergeva anche un altro battaglione (Holzer) da Bagno di Romagna; il tenen-
                   te colonnello Tuckert, infine, aveva avanzato da Sansepolcro a San Giustino,
                   ove fu raggiunto dal generale Stadion, con altre truppe.
                      L’ora per Garibaldi era sempre più grave, forse decisiva. La sua colonna era
                   ridotta, ormai, a non più di 2000 uomini laceri, stanchi, disanimati; non po-
                   che e vergognose erano state le defezioni, tra le quali, più dolorose per Gari-
                   baldi, quelle del Müller, che si disse passato addirittura al nemico, e del co-
                   lonnello di cavalleria Bueno, compagno del generale nelle sue avventure ame-
                   ricane. Aggiungasi a questo che Anita, prossima a diventar madre per la quar-
                   ta volta, pur non avendo mai un lamento o un’espressione di rammarico, mal
                   sopportava quelle dure fatiche e quella vita di stenti.
                      Garibaldi, però, aveva giurato a se stesso di condurre a Venezia i migliori,
                   almeno, dei superstiti della difesa di Roma, e ad ogni costo intendeva riusci-
                   re nell’impresa.
                      Il mattino del 29 luglio, già le prime pattuglie austriache si appressavano
                   a Sant’Angelo, quand’egli emanò l’ordine ai suoi di inerpicarsi subito, a grup-
                   pi, per la strada che da Sant’Angelo stesso conduce in val di Foglia; strada, di
                   cui lo Stadion ignorava probabilmente l’esistenza, tanto che aveva ordinato di
                   occupare soltanto la stretta che si trova un chilometro a valle del paese.
                      Il Migliazzo, con cinquanta dragoni, ebbe ordine da Garibaldi di rimane-
                   re in paese il più a lungo possibile; ma, assalito da un forte nerbo di ussari au-
                   striaci, mentre, per dippiù, i suoi uomini erano ancora sparpagliati per l’abi-
                   tato, riuscì a stento a sottrarsi, con pochi valorosi, alla cattura ed a raggiun-
                   gere la colonna di Garibaldi. Inseguita dall’eco delle fucilate, questa scende-
                   va, frattanto, in val di Foglia e si dirigeva dapprima verso Pesaro, poi, volgen-
                   do bruscamente a nord, verso Macerata Feltria.
                      Ormai due porti non erano più tanto lontani, Pesaro e Rimini, ma al pri-
                   mo Garibaldi preferì il secondo, perché, nonostante fosse il più lontano, of-
                   friva il vantaggio di essere raggiungibile per una strada, lungo la Marecchia,
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