Page 209 - Il Generale Giuseppe GARIBALDI
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impag. Libro garib CISM  19-02-2008  13:12  Pagina 207








                                            LA CAMPAGNA DEL 1860 IN SICILIA               207




                      no negato. E quasi certo che la abbia suggerita il La Masa, come abbiamo det-
                      to nella narrazione, ma ciò nulla toglie al merito di Garibaldi, che prese la de-
                      cisione a ragion veduta e dopo aver valutato il pro e il contro.
                         Intanto con la manovra laterale del 25 Garibaldi non pregiudicava ancora
                      nulla, dappoiché mentre aveva la probabilità di sfuggire all’inseguimento del-
                      la colonna Mechel-Bosco, di lui più forte, si metteva in condizioni: o di ri-
                      unirsi al corpo siciliano di Gibilrossa, come voleva il La Masa, o per Villafra-
                      ti e Roccapalumba andar a finire a Castrogiovanni, come sosteneva ancora il
                      Sirtori.
                         In complesso «quello insieme di atti garibaldini dal 21 al 27 maggio sarà
                      sempre da citarsi come uno stupendo esempio di guerra guerrigliata contro
                      soldatesche regolari soverchianti di forza» (Còrsi). Non è però a dire che essi
                      fossero stati compiuti secondo un disegno già prestabilito, così come crede
                      Alberto Mario. Nulla poteva prestabilire Garibaldi; egli doveva invece pren-
                      dere norma dagli avvenimenti. Noi riteniamo giusto perciò il giudizio del
                      Guerzoni: «II qual disegno non nacque già tutto intero per miracolosa fecon-
                      dità di genio, d’un sol getto e in un solo istante; ma fu lentamente covato,
                      preparato, compìto, perfezionato; il che ne accrescerà agli occhi degl’inten-
                      denti il pregio e la meraviglia...».


                         6. - L’ENTRATA IN PALERMO. - Di fronte al risultato ottenuto, che fu vera-
                      mente meraviglioso, sembrerebbe un fuor d’opera esaminare se nella giorna-
                      ta del 26, marciare su Palermo, dovesse apparire una savia decisione. E tutta-
                      via se Garibaldi sentì il bisogno di riunire un consiglio di guerra, il che non
                      era solito fare, ciò significava che l’impresa gli pareva tutt’altro che agevole ed
                      opportuna.
                         E infatti essa era oltre ogni dire pericolosa. Fino a quando si era battaglia-
                      to in campo aperto, attorno alla Conca d’Oro, era stato facile sfuggire al ne-
                      mico non appena si presentava in forze; e ciò perché i Mille erano buoni mar-
                      ciatori, i Siciliani ben pratici del terreno e perchè il corpo di spedizione man-
                      cava quasi assolutamente d’impedimento. Questa truppa leggerissima poteva,
                      perciò, disimpegnarsi dall’attacco nemico tutte le volte che avesse voluto.
                         Ma entrare in città significava affrontare il nemico, là dove disponeva del-
                      la massa delle sue forze e dei suoi mezzi: armi ed armati, artiglierie e caserme,
                      flotta e fortezze. Palermo poteva diventare facilmente una grande trappola; en-
                      trando in città ogni linea di ritirata rimaneva inesorabilmente chiusa.
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