Page 204 - Il Generale Giuseppe GARIBALDI
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                      La migliore figura militare fra i regi si dimostrò quella di Bosco, che da
                   maggiore giunse al grado di colonnello durante la campagna. Era ardito, va-
                   lente, e aveva cognizioni militari non comuni. Morì a Napoli nel 1881, do-
                   po aver seguito la famiglia Borbone nell’esilio, prima a Roma, poi in Francia.
                      Una figura rimasta alquanto enigmatica è quella del colonnello Bonopane.
                   Era un dotto ed ebbe nell’armistizio una parte veramente benefica per la cau-
                   sa dell’italianità, ma assai discutibile dal punto di vista militare. Senza voler
                   pensare a tradimenti che non furono provati, chi sa che l’idea dell’armistizio
                   non gli sia venuta in mente per il ricordo di quanto fece Radetzky nel 1848,
                   quando dopo le cinque giornate uscì da Milano con le sue truppe, vincendo
                   con ciò la campagna?
                      Dopo aver parlato dei capi, è doveroso soggiungere che le truppe si dimo-
                   strarono assai migliori della fama che posteriormente fu loro fatta. La loro vi-
                   ta, a cominciare dal 4 aprile, era stata una sequela continua di privazioni, tan-
                   to che il Lanza notava nella sua relazione che «contavasi meglio che quaranta
                   giorni che le truppe stesse dedite al servizio e sorveglianza insite ai militari di
                   avamposti non avevano l’agio di cuocere l’ordinario, riposavano per lo più al-
                   lo scoperto, vestite ed armate completamente». Durante le giornate dal 21 al
                   26 avevano mangiato solamente gallette e poi si erano ridotte a mangiare so-
                   lo delle fragole, e il Dumas notava nelle sue lettere da Palermo che durante
                   l’armistizio si vedeva il curioso spettacolo di «20.000 Napoletani armati di 40
                   pezzi di cannone, chiusi nei loro forti, nelle loro caserme e sulle loro navi, sor-
                   vegliati da 800 garibaldini che due volte al giorno recano loro da mangiare e
                   da bere».
                      Si capisce come in quelle condizioni le truppe si dessero spesso al saccheg-
                   gio e alla rapina, che lo stesso generale Lanza ammetteva e condannava, ma
                   bisogna anche ricordare che fra quelle truppe c’erano molti stranieri, partico-
                   larmente Svizzeri e Bavaresi. Nonostante tutti questi patimenti la disciplina
                   fu in complesso mantenuta abbastanza e il Lanza ricorda la fucilazione d’un
                   soldato dell’8° di linea per insubordinazione con vie di fatto contro superio-
                   re caporale. Solo negli ultimi giorni cominciarono le diserzioni, dovute alla
                   stanchezza, allo scoramento e alla irritazione contro gli ufficiali.
                      Quanto poi al loro contegno sul campo di battaglia abbiamo visto nella
                   narrazione che a Calatafimi e a Milazzo avevano combattuto con virile tena-
                   cia. Garibaldi lo riconobbe ripetutamente: «Deplorando la dura necessità di
                   dover combattere soldati italiani - disse nell’ordine del giorno di Calatafimi -
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