Page 203 - Il Generale Giuseppe GARIBALDI
P. 203
impag. Libro garib CISM 19-02-2008 13:12 Pagina 201
LA CAMPAGNA DEL 1860 IN SICILIA 201
Gli scrittori borbonici ritennero il Lanza traditore; era semplicemente in-
capace. Il modo come fu concesso l’armistizio toglie ormai qualsiasi sospetto
a sua carico. Comunque però, se l’isola fu perduta pel Borbone, ciò si dovet-
te a lui in grandissima parte.
Morì nel 1865.
Il Landi era pure settantenne, ed ancora più incapace e pauroso del Lanza,
se ciò poteva essere possibile. Il suo carteggio di quei giorni è curiosissimo.
Riferì sul fatto di Calatafimi che «i nostri hanno ucciso il gran Condottiero
degli Italiani, e presa la loro bandiera che noi conserviamo: sventuratamente
un pezzo d’artiglieria, caduto dal mulo, è rimasto tra le mani dei ribelli, e
questo mi spezza il cuore». Dice che le masse nemiche «erano in numero im-
menso, temo di essere assalito nelle posizioni che occupo, mi difenderò finche
mi sarà possibile, ma se un pronto soccorso non mi giunge, dichiaro che non
so come le cose finiranno». Lo stesso Lanza nel suo rapporto in data 27 giugno
‘60 lo rimproverò aspramente per la sua precipitosa ritirata dopo Calatafimi.
Anch’egli fu proclamato traditore dagli scrittori borbonici, i quali dissero
pure «che aveva patteggiato il tradimento per 14.000 ducati, e che la sua mor-
te fosse avvenuta (nel 1863) per il crepacuore di non aver potuto riscuotere
quei trenta danari di Giuda. I figli del Landi furono costretti ad invocare la
testimonianza di Garibaldi, che leale sempre anche coi nemici, sbugiardò la
calunnia, fiorita nei bislacchi cervelli storici borbonici» (Luzio).
Il Clary si comportò a Messina così come il Lanza a Palermo; mandò il Bo-
sco alla sbaraglio quasi per liberarsene, e non fece nulla poi per aiutarlo, men-
tre teneva in Messina 22.000 uomini inoperosi.
Scrisse di lui il Butta: «Questo generale non si sa se abbia pregiudicato al
Regno più di quello che non abbia fatto il generale Lanza; il certo si è che
questi iniziò la perdita della Sicilia, quegli completolla».
In sostanza i generali borbonici «non furono traditori, ma incredibilmen-
te inetti e noncuranti, non solo della causa che difendevano, ma della loro
stessa reputazione; nessuno, nessuno eccettuato» (Còrsi).
Degli ufficiali superiori il Mechel tedesco era bravo e fedele, godeva fama
di essere energico e coraggioso, ma la sua lentezza e la sua testardaggine nelle
giornate del 21-29 maggio furono dannosissime alla causa dei regi e salvaro-
no Garibaldi da un difficilissima situazione. Se, nonostante i suoi errori, fos-
se arrivato a porta di Termini il 28 o anche lo stesso 29, anziché il 30, i desti-
ni della campagna si sarebbero cambiati. E forse anche quelli dell’Italia.

