Page 202 - Il Generale Giuseppe GARIBALDI
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Nunziante, ma sempre in forma timida e involuta; le sue direttive furono ta-
lora contraddittorie.
Già dalla narrazione risultano i principali errori. Il Castelcicala (di origine
calabrese, ma nato a Richmond nel 1790), superstite di Waterloo, era stato
un valoroso, ma era troppo vecchio e flemmatico, «buono, ma fievole», dice
il De Sivo. Fu richiamato da Re Francesco, che lo sostituì col tenente genera-
le Ferdinando Lanza, ma non si guadagnò nulla nel cambio.
Il Lanza, vecchio di 72 anni, antico capo di S.M. del Filangieri, era nato a
Nocera dei Pagani da famiglia palermitana; aveva fatto le campagne del ‘48 e
‘49; i suoi parenti erano tutti liberali, e molto premevano sulle sue decisioni.
Vecchio e pauroso, trovò già la sconfitta di Calatafimi, tutti i monti della
Conca d’Oro illuminati dai ribelli, notizie strane e sconfortanti, si perdette
d’animo e inviò a Napoli comunicazioni piene di paura. Non pensò a orga-
nizzare meglio le truppe in vista del sicuro attacco della città, né a rifornirle
di viveri e mezzi. Si tenne invisibile nel palazzo reale, come in una torre d’a-
vorio, limitandosi qualche volta a uscire dalla sua camera per chiedere notizie
al suo capo di S.M.
Invano il Re lo invitò più volte a prendere l’offensiva.
L’unica presa, quella dal 21 al 25 maggio, sconnessa e disordinata, riuscì
fatta contro le squadre, anziché contro il corpo garibaldino, che si sottrasse
due volte alla minaccia. Tuttavia tale offensiva aveva messo Garibaldi in con-
dizioni assai critiche, sia materiali sia morali, cosicché fu grave errore non
spingerla a fondo. Altri gravi errori del Lanza furono: aver lasciato quasi sco-
perta la città dal lato orientale, proprio nel luogo che era più minacciato, per
l’esistenza, nota da tempo, del campo di Gibilrossa; l’avere accalcato tutte le
truppe nel largo di palazzo reale; l’aver chiesto la prima sospensione d’armi;
l’aver ordinato al Mechel di rispettare l’armistizio invece di interrompere le
trattative, del che non mancavano pretesti.
II bombardamento di Palermo fu inutilmente feroce. L’armistizio, invece,
fu «come la provvidenza della rivoluzione, la quale aveva tutte le probabilità
di essere sepolta nella città di Palermo».
Lo stesso Garibaldi riconosceva «che la situazione era tutt’altro che bella.
Palermo mancava di armi e di munizioni, le bombe avevano smantellato par-
te della città, il nemico vi stava dentro con le migliori truppe e ne occupava
col resto le posizioni più forti; la flotta infilava le strade con la sua artiglieria,
e i cannoni di palazzo reale e di Castellammare l’aiutavano nell’opera di di-
struzione».

