Page 213 - Il Generale Giuseppe GARIBALDI
P. 213

impag. Libro garib CISM  19-02-2008  13:12  Pagina 211








                                            LA CAMPAGNA DEL 1860 IN SICILIA               211




                      non smarrì giammai, non dico l’animo, ma neanche quella chiarezza del ve-
                      dere, per cui è dato il trovare lì per lì un buon partito.
                         «Dalla sua bocca i volontari italiani udirono volentieri promettersi marce
                      faticose, veglie, combattimenti senza riposo, e fame e sete e quant’altro c’è di
                      più aspro nella guerra, e trovarono puntualmente mantenute le promesse,
                      senza muovere un lamento.
                         Nessuno potrebbe dire di aver mai veduto Giuseppe Garibaldi costringe-
                      re i suoi soldati all’obbedienza colla minaccia, non che colla forza; nessuno ha
                      mai udito la voce di quell’uomo suonar terribile, all’infuori dei momenti in
                      cui parve emular la tromba nell’incitare all’assalto. La fama universale di giu-
                      stizia, di onestà e di bontà che formava aureola intorno a quella testa di lio-
                      ne, il lampo di quegli occhi, il suono di quella parola, sempre calma e solen-
                      ne bastavano a rendere sommessi i protervi, docili gli irrequieti, coraggiosi i
                      pusilli. Era in quell’uomo, così sereno, così semplice nell’espressione, nel co-
                      stume e nell’abito, un non so che di maestoso e di simpatico e d’incantevole
                      ad un tempo, che, udendolo, si tremava dinanzi ad esso e ci si sentiva trasci-
                      nati a volergli bene, e correre giulivi alla morte, dinanzi ai suoi sguardi, come
                      se bello avesse ad essere e divino il cadere, guardati ed ammirati da lui».
                         Più il tempo passa, e più la figura di Garibaldi si ingrandisce e colora di
                      magica luce. Egli vivo, rancori d’indole politica e d’altra specie, tolsero a vol-
                      te serenità nei giudizi, e non potendosi negare l’importanza enorme che egli
                      ebbe come uno dei maggiori artefici del nostro Risorgimento, si volle rimpic-
                      ciolire e sfrondare la sua gloria militare. E invece no, Garibaldi fu un condot-
                      tiero valente sotto tutti gli aspetti: di organizzatore, di stratega e di tattico, co-
                      me abbiamo già accennato. Ma non basta; egli rappresenta l’eroe italiano tipi-
                      co, l’eroe puro disinteressato, cavalieresco, che pur essendo coraggiosissimo e
                      audace è sempre profondamente umano, senz’aver nulla dell’avventuriero ra-
                      pace e crudele. Egli, come fu scritto recentemente, rappresenta nel Risorgi-
                      mento «la partecipazione del popolo all’impresa, che senza di lui sarebbe sta-
                      ta solo diplomatica e di ristretti ceti borghesi e intellettuali», e perciò il gari-
                      baldinismo mise in evidenza la qualità e le doti più caratteristiche e spontanee
                      del popolo italiano: la sobrietà, la generosità, lo slancio, l’amore per le cause
                      più belle, che come portarono il grande Nizzardo in America e a Digione por-
                      tarono pure i suoi nepoti a Domokos e all’Argonne.
   208   209   210   211   212   213   214   215   216   217   218