Page 212 - Il Generale Giuseppe GARIBALDI
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                      Nell’ordine del giorno dopo il combattimento di Milazzo scrisse: «II ne-
                   mico, forte dietro naturali ripari, è fuggito all’impeto delle nostre baionette,
                   ed anche questa volta avete visto che le baionette solo, e non le fucilate, decido-
                   no delle battaglie». Questa tattica dell’arma bianca rappresentava per lui una
                   necessità, data la scarsezza delle munizioni di cui poteva disporre e i fucili a
                   corta gittata, ma a Milazzo, più che altrove, le gravi perdite subite dimostra-
                   rono che il fuoco, anche a quei tempi, era tutt’altro che disprezzabile. Sette
                   anni dopo gli chassepots francesi, diedero, purtroppo, di ciò ai garibaldini la
                   più evidente dimostrazione.
                      Garibaldi non fece solamente della tattica; nel 1860 in Sicilia fece anche
                   della strategia e della politica; base delle sue operazioni fu sempre il contegno
                   delle popolazioni dell’isola e l’azione delle squadre, delle quali si avvalse dentro
                   e fuori il raggio d’azione del campo tattico per molestare il nemico e tenerlo
                   continuamente incerto sulle sue mosse.
                      Egli si tenne sempre a contatto con Pilo e col La Masa, e la chiave del suo
                   successo veramente prodigioso si trova appunto, oltre che nella fede piena nel
                   patriottismo delle popolazioni siciliane, nell’opera saliente di coordinamento
                   che egli fece di continuo fra le mosse dei suoi volontari e quelle delle squadre.
                      Ma dove Garibaldi si può considerare inarrivabile, superiore sotto questo
                   aspetto allo stesso Napoleone, è nelle qualità del suo spirito.
                      Dotato di una volontà possente e di una accesa fede nei destini della Pa-
                   tria, che voleva libera ed una, era portato all’ottimismo sul buon risultato fi-
                   nale della campagna o dell’azione tattica da lui intrapresa e metteva a servizio
                   di queste la meravigliosa robustezza della sua fibra, la sua spiccatissima sobrietà
                   che giungeva al sacrificio e il coraggio che confinava a volte con la temerarietà.
                      Per la potenza d’attrazione fisica, che largamente propagava, e per la luce
                   brillante del suo passato, esercitava sulle genti che lo seguivano un meravi-
                   glioso ascendente. E qui è bene lasciare la parola al Bandi, che fu uno dei suoi
                   migliori seguaci: «Parecchi uomini avranno avuto dalla natura l’impeto, il co-
                   raggio e l’animo sprezzatore della morte che rifulsero in costui; ma rare volte
                   credo si sien veduti uomini di guerra, sereni e padroni del proprio animo co-
                   me egli fu; dal quale si può dire, senza timore di dir troppo, che la grandez-
                   za del pericolo e la difficoltà straordinaria di una impresa rendevano più che
                   mai limpido e calmo il suo occhio e più cauto e più perspicace il suo giudi-
                   zio. Ed invero la prontezza delle risoluzioni e la fulminea rapidità del pigliar
                   partiti furono una delle doti più notevoli di quel gran condottiero, il quale
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