Page 211 - Il Generale Giuseppe GARIBALDI
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impag. Libro garib CISM  19-02-2008  13:12  Pagina 209








                                            LA CAMPAGNA DEL 1860 IN SICILIA               209




                      lui un semplice guerrigliero. Egli non ebbe mai occasione di comandare gran-
                      di masse delle tre armi, ebbe sempre pochissima artiglieria e scadente e pochi
                      esploratori a cavallo; la stessa fanteria era malamente armata ma è ben curio-
                      so che dal fatto di aver potuto, con mezzi così scarsi, imperfetti e inadeguati
                      alle difficoltà di superare, strappare ai nemici vittorie trionfali, si sia voluto in-
                      ferire che era un comandante adatto alla piccola ma non alla grande guerra.
                      Furono operazioni di piccola guerra quelle di Sicilia? Come abbiamo messo
                      ripetutamente in luce nella narrazione, Garibaldi si occupava molto minuta-
                      mente della esplorazione e della sicurezza, e sapeva benissimo conciliare l’ardi-
                      mento con la sagacia.
                         Le sue decisioni non erano mai avventate, per quanto avesse un fine intui-
                      to, ma erano frutto di matura riflessione. Non disdegnava di sentire il parere
                      delle persone da lui più stimate, pur riservandosi sempre di operare secondo
                      il convincimento che si era formato.
                         Era prontissimo a risolvere e a mutare le risoluzioni per adattarle ai cambia-
                      menti di situazione, che si presentavano inopinatamente. Di ciò diede lumino-
                      sa prova nelle manovre attorno a Palermo dal 20 al 27 maggio.
                         Aveva occhio al terreno, come comunemente suol dirsi; ne sapeva cioè va-
                      lutare con precisione e rapidità le caratteristiche topografiche e il modo di uti-
                      lizzarle ai fini tattici, come dimostrò a Calatafimi e a Milazzo, e soprattutto
                      aveva il fine intuito di avvistare il momento decisivo nel quale si doveva gioca-
                      re tutto per tutto per risolvere la battaglia. In sostanza aveva quello che si suol
                      chiamare buon senso tattico, virtù assai meno comune di quanto di ordinario
                      si creda.
                         Per necessità e per temperamento, egli non fece che guerra di movimento e
                      operazioni spiccatamente offensive, supplendo alle sue deficienze di forza e
                      armamento con la continua mobilità e celerità delle mosse, che spesso riusci-
                      vano inattese ai nemici. L’assenza quasi totale di servizi facilitava le sue ope-
                      razioni tattiche, ma costringeva la sua truppa a sostenere privazioni veramen-
                      te straordinarie e a vivere quasi esclusivamente sulle risorse locali, che spesso
                      erano limitatissime.
                         Ripetutamente Garibaldi espresse la sue fede nella baionetta. Caratteristi-
                      co è il seguente suo ordine del giorno del 7 maggio: «se tirate sul nemico - di-
                      ceva - bisogna ammazzarlo, perché tirare senza ferire insuperbisce il nemico e
                      dà a noi ben meschina opinione. Dunque bisogna essere ben parchi di tiri, e ri-
                      correre, se si debba pugnare, allo spediente più spiccio della baionetta».
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