Page 216 - Il Generale Giuseppe GARIBALDI
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                   lora non più ordini ambigui all’Armata sarda di Persano, ma la tassativa in-
                   giunzione di lasciar fare al generale, affinchè l’onda rossa della rivoluzione
                   porti la bandiera dei Savoia attraverso lo stretto, risalga la penisola, giunga fi-
                   no a coprire Venezia.
                      La conquista della Sicilia non era - e altro non poteva essere - che l’eroico
                   preludio dell’invasione del Regno, un duro colpo portato al suo prestigio e al-
                   la sua efficienza militare. Infatti, subito dopo il combattimento di Milazzo,
                   che aveva infranto l’ultima resistenza borbonica nell’isola, Garibaldi, medi-
                   tando di passare nel continente, già avvisava i modi ed i mezzi per superare le
                   gravi difficoltà d’ordine politico e militare che parevano frapporsi.
                      L’esigua banda di Marsala, come una fiumana rovinosa alimentata da mil-
                   le rivoli, era andata rapidamente ingrossando e urgeva raccogliere quella mol-
                   titudine di armati e ordinarla inquadrandola; infine occorreva preparare una
                   base di partenza da cui prorompere nel nuovo balzo. La scelta del condottie-
                   ro, opportuna sotto ogni riguardo, cadde su quella lingua di terra che si pro-
                   tende nel mare a nord di Messina e che è comunemente chiamata la punta
                   del Faro.
                      Quella specie di propugnacolo marittimo fu, quindi, la zona di raccolta
                   del piccolo esercito che si apprestava a invadere la Calabria.
                      Ivi fu possibile contare le schiere: la sera dell’8 agosto 1860, l’armata gari-
                   baldina ammontava a circa 23.000 uomini su tre Divisioni, numerate a se-
                   guito delle grandi unità piemontesi, quasi per stabilire un ideale legame coi
                   camerati dell’esercito settentrionale: 15ª, generale Türr, 16ª, generale Cosenz;
                   17ª, generale Medici. Ma non tutte qui erano le forze di Garibaldi: che il bat-
                   taglione Bentivegna della Divisione Cosenz era rimasto a presidiare Milazzo,
                   mentre l’intera Divisione Bixio (la 18ª) si era portata a Bronte per sedare i gra-
                   vi tumulti scoppiati in occasione della spartizione dei beni comunali.
                      La punta del Faro diventò un vasto bivacco, ove, nel ricordo delle vittorie
                   recenti, una folla di giovani entusiasti attendeva il nuovo comandamento del
                   capo. Attorno, intanto, opportunamente dislocate dall’Orsini, erano in bat-
                   teria le 35 bocche da fuoco conquistate al nemico, per allontanare i legni da
                   guerra borbonici, qualora si fossero troppo avvicinati alla costa.
                      Se le forze parevano numericamente adeguate alla non facile impresa che
                   Garibaldi si proponeva - ed egli non dubitava che ancora sarebbero cresciute,
                   dopo i primi successi sull’altra sponda, con l’insurrezione della Calabria - lo
                   angustiava invece il grave problema del passaggio dello stretto.
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