Page 220 - Il Generale Giuseppe GARIBALDI
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218 IL GENERALE GIUSEPPE GARIBALDI
Era scoccata l’ora in cui Garibaldi avrebbe tentato il gran colpo. Già dicem-
mo come il governo di Napoli, più che della Calabria, si preoccupasse della di-
fesa di Salerno e della capitale, indotto a credere, per il concentramento dei vo-
lontari sulla punta del Faro e per i vistosi preparativi, che Garibaldi meditasse
di ripetere quanto, così felicemente, aveva compiuto in Sicilia. Il condottiero,
invece, aveva ormai segretamente determinato il luogo sul quale avrebbe pre-
so terra, assai lontano dal tratto in cui la vigilanza borbonica, esacerbata dai
precedenti tentativi di sbarco, si era fatta più attenta e più forte.
Teso verso la mèta, egli non distolse lo sguardo dal sogno luminoso che lo
inebriava, neppure ricevendo il noto messaggio di Re Vittorio Emanuele, in
cui il Sovrano, dopo aver confermato la sua disapprovazione per l’impresa di
Sicilia, ammoniva il generale di non ritenere opportuno continuare l’invasio-
ne del Regno, sempre quando il Re di Napoli s’impegnasse di lasciar liberi i
Siciliani di scegliere la loro sorte futura. Bene intuiva Garibaldi che, in quel-
l’ora e in quelle contingenze, disobbedire era meritorio - e forse gradito al Re
guerriero del Piemonte - e perciò rispondeva di non poter lasciare a mezzo la
missione che gli Italiani gli avevano affidato. «Permettete, Sire - concludeva -
che questa volta vi disobbedisca. Appena avrò adempiuto al mio assunto, li-
berando i popoli da un giogo aborrito, deporrò la mia spada ai vostri piedi e
vi ubbidirò fino alla fine dei miei giorni».
Giunto, come dicemmo, a Taormina nel pomeriggio del 18, Garibaldi or-
dina a Bixio di imbarcare immediatamente i suoi uomini - circa 4.000 - sul
Franklin e sul Torino e già si appresta a salire a bordo quando viene informa-
to che le logore navi hanno necessità di urgenti riparazioni. Allora egli stesso,
il Dittatore, si pone alla testa degli operai, torna uomo di mare e dirige e af-
fretta i lavori, ne sdegna, colle belle mani di cui aveva tanta cura, di impugna-
re gli strumenti del carpentiere, insozzandole di pece e di bitume. Infine,
quando i due legni, rattoppati alla meglio, sono in condizione di tenere il ma-
re, ordina di salpare, dirigendosi verso le coste meridionali della Calabria.
Levate le àncore alla sera del 18, le navi giunsero dinanzi a Mèlito, a orien-
te di capo dell’Armi, il giorno successivo. Le operazioni di sbarco, subito ini-
ziate, si compirono felicemente.
Soltanto il Torino, incagliatosi nei pressi di Rumbolo, fu colato a picco da
una nave borbonica che all’ultimo momento l’aveva avvistato e gli si era fat-
ta sopra. In quanto al Franklin, che aveva all’albero la bandiera americana,
non ebbe danno di sorta.

