Page 217 - Il Generale Giuseppe GARIBALDI
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DALLO STRETTO AL VOLTURNO 215
La costa era vigilata dalla squadra borbonica. In realtà le navi napoletane
non si curavano troppo di far buona guardia, forse perchè molti ufficiali era-
no già guadagnati alla causa nazionale, oppure per salutare timore della squa-
dra sarda, che incrociava nelle acque della Sicilia. Certo si è che non fecero
alcun danno ai garibaldini della punta del Faro, limitandosi a tirare qualche
cannonata alla lontana, e rapidamente scomparvero appena Garibaldi fu sbar-
cato in Calabria.
Comunque, era necessaria prudenza tener conto di un loro possibile inter-
vento, ma, soprattutto, si doveva considerare seriamente il pericolo di sbarca-
re su una costa munita di fortificazioni e presidiata, a quanto risultava, da cir-
ca 17.000 borbonici, con 32 pezzi, divisi in quattro brigate al comando del
generale Vial.
Esclusa la possibilità di effettuare un passaggio in massa, anche per la de-
ficienza di naviganti, e uno sbarco di viva forza, per non correre il probabile
rischio di un immediato insuccesso, che avrebbe troncato l’impresa fin dall’i-
nizio, Garibaldi scelse la soluzione che, in tali contingenze, pareva più conve-
niente e certo meglio di ogni altra si adattava alle sue consuetudini guerriere
di audacia avventurosa che si giova della fortuna: attendere il momento pro-
pizio ed effettuare rapidi colpi di mano in vari punti della costa, gettandovi
poche centinaia di volontari, per costituirvi, come oggi diremmo, piccole te-
ste di ponte, destinate a proteggere il successivo passaggio dell’intero corpo.
Con questo scopo, nella sera dell’8 agosto, Garibaldi, chiamato a sé il ca-
labrese Musolino, gli ordinò di imbarcarsi con 400 uomini (erano della spe-
dizione Missori, Nullo e Salomone) di raggiungere la costa calabra e di sor-
prendere il forte Cavallo.
Navigando rapida e silenziosa col favor della notte, la piccola flottiglia si
era già molto allontanata dalla sponda sicula quando, avvistata dal forte Stel-
la, fu fatta segno ad alcuni colpi di cannone.
Allora, mentre parte dei volontari ritornava alla punta del Faro, alcune im-
barcazioni continuarono la rotta e 150 uomini riuscirono a sbarcare nei pres-
si di Cannitello. Ma troppo esiguo era il loro numero per tentare alcunché e
troppo grande per sfuggire alla vigilanza del nemico, ormai messo in allarme
dalla notturna cannonata. Cosicché il Musolino ordinò di dividersi in grup-
pi e di gettarsi verso la vicina montagna. Poterono, in tal modo, raggiungere
S. Angelo e, successivamente, le impervie cime di Aspromonte, dove la fitta
boscaglia e la selvaggia natura del luogo erano protezione sicura e, di lassù,

