Page 74 - Il Generale Giuseppe GARIBALDI
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ovest del paese, la quale scendendo la valle, la traversava per raggiungere il la-
go di Varese, e poi ne seguiva la riva settentrionale. Il curato del luogo servì
di guida fino a Lissago. Ma, nonostante le precauzioni, la colonna si spezzò e
Garibaldi stesso fece buon tratto di strada indietro per riannodarla, ma senza
frutto. Rimasero con lui 70 volontari i quali si diressero al confine svizzero, e
solo a tarda sera del 27 agosto giunsero a Brusimpiano sul lago di Lugano,
traversarono il lago su poche barche e sbarcarono nel territorio svizzero ad
Agno. Quasi tutti gli altri volontari, dai 4 ai 500, raggiunsero anch’essi suc-
cessivamente la Svizzera e riuscirono ad attraversare il confine anche gli am-
malati ed i feriti.
Così finì l’impresa di Garibaldi nel 1848.
Nello studio tracciato, i fatti successivamente narrati ci sono serviti di tra-
ma per analizzare l’animo dell’uomo, del soldato, del patriota in quel turbi-
noso periodo della nostra storia nazionale.
Abbiamo cioè tentato di cogliere, dalle manifestazioni del suo pensiero,
contenute nelle memorie, nelle lettere, nei proclami, i segni della sua anima
e della sua indole, e per quanto ci è stato possibile, di spiegare le ragioni che
lo condussero, dalla fiducia della prima ora, al disinganno, al dubbio, all’ac-
coramento, allo sdegno, fino alla risoluzione audace di concepire ed attuare
un’impresa guerresca contro uno degli eserciti migliori d’Europa, imbaldan-
zito da vittorie recenti, nonostante gliene venisse opposizione dal governo del
Re per bocca di un principe reale e l’idea gli fosse contrastata anche da mol-
ti patrioti.
Garibaldi si getta nell’avventura temeraria, come si getterà in quella del
1860, senza esitazioni né debolezze; vi si getta soltanto per uno slancio spon-
taneo del suo spirito vigoroso, che non può tollerare lo spasimo d’una pace
che ritiene acquiescenza vergognosa alla prepotenza nemica; vi si getta per
mostrare agli italiani che un pugno d’uomini può lanciare una sfida anche ad
un esercito, purchè li sorregga la fede nella riuscita, e l’anima sia avvinta da
un grande pensiero, preparata ai grandi sacrifici, pronta ai supremi ardimen-
ti; vi si getta infine perchè la coscienza ch’egli ha di sè si stende di là dai limi-
ti delle coscienze comuni; egli sente cioè di possedere le forze spirituali per af-
frontare ciò che di più grave ha la guerra: l’imprevisto, l’ignoto. E’ questa la
sua virtù militare dominante, virtù di grande capitano. Ha per fermo che il
popolo lo seguirà. Gli occhi della sua anima sono ancora fissi nel lontano pae-
se dove, per dodici anni, ha combattuto per la libertà. Laggiù il sentimento

