Page 79 - Il Generale Giuseppe GARIBALDI
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LA CAMPAGNA DEL 1849 77
gazioni portati ormai a più di 400 uomini, con i Cavalieri dell’alto Reno, un
piccolo corpo di cavalleria (quaranta uomini in tutto) che il bolognese Ange-
lo Masina aveva costituito in gran parte a sue spese e valorosamente coman-
dato durante la prima campagna di indipendenza, ed il 28, alla testa di 521
uomini (compresi 32 ufficiali ed i 40 lancieri) moveva alla volta di Forlì, don-
de offriva i suoi servigi al governo di Roma. Passato quindi a Cesena, la not-
te dell’8 dicembre, deciso a troncare ogni indugio, partiva per Roma, insieme
al Masina.
Giunto nell’urbe, che non aveva più vista da ventitre anni, dopo brevi col-
loqui con i ministri dell’Interno e delle Armi, tornava a visitare il Campido-
glio ed il Colosseo, e come la prima volta si sentiva il cuore invaso d’ammi-
razione e riverenza: «.. . un popolo che vive tra queste meraviglie - ebbe a di-
re in quell’occasione - non può scordarsi di essere libero e grande». Ma al
Campidoglio rifiutò recisamente di essere condotto in corteo, quando tale in-
vito gli fu rivolto dal Circolo popolare. Tale monumento, egli disse, era trop-
po grande per essere asceso senza una grande ragione, ed aggiunse: «Quando
verrà il giorno della nostra liberazione, io stesso, o romani, vi inviterò al Cam-
pidoglio, per rendere grazie al Dio dell’Italia con voi!».
La legione garibaldina, frattanto, si era spostata successivamente a Rimini
e Cattolica; qui, il 17 dicembre, ricevette ordine da Garibaldi di marciare,
senz’altro, alla volta di Roma. Per Fano, quindi, Fossombrone, Cagli e Noce-
ra Umbra, giunse a Foligno, ove entrò il mattino del 22; il giorno stesso, vi
giungeva anche Garibaldi, di ritorno da Roma. Ventiquattr’ore prima a Ter-
ni, egli aveva ricevuto un dispaccio del ministro delle Armi, Pompeo di Cam-
pello, il quale, dopo aver molto tergiversato, gli comunicava alfine che lo Sta-
to Romano assumeva al suo servizio il Condottiero ed il suo corpo; chiedeva,
però, che per il momento la legione fosse fatta immediatamente retrocedere
a Porto San Giorgio, sull’Adriatico, perchè «quivi potesse compiere regolar-
mente la sua organizzazione».
Sulla strana risoluzione del Governo romano, più che elementi positivi,
avevano influito voci di dubbio fondamento: che si volesse dare la dittatura a
Garibaldi, che la sua legione avesse deciso di raggiunger a marce forzate la Ca-
pitale, che i legionari garibaldini fossero elemento di disordine e di indiscipli-
na. Certo, tali sentimenti di diffidenza e di timore si erano talmente radicati
nel Governo, da indurlo a sollecitare la partenza di Garibaldi stesso da Roma;
fu, poi, per l’efficace intervento di Francesco Dall’Ongaro, amico del genera-

