Page 158 - Il lungo Risorgimento del Generale Genova Thaon di Revel - Per l'Italia e per il Re
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               te, innanzi tutto la divisione estera del generale von Mechel composta da svizzeri e bavaresi. Ricordava
               quei momenti con parole velate da tristezza
                     Fu una brutta giornata per me, vedendo gli uomini d’artiglieria e genio requisiti per i lavori del
                     ponte, esposti al fuoco nemico, mancando il tempo ed i materiali per ripararsi   21
                  Apprestare l’assedio della piazzaforte di Gaeta rappresentava per lui un impegno molto gravoso.
               Sempre scrupoloso, per predisporre le artiglierie nel migliore dei modi, intendeva studiare con attenzio-
               ne i precedenti storici e così richiese insistentemente al fratello di inviargli il volume di Adolphe Thiers
               che descriveva il blocco di Gaeta posto da Massena nel 1806 con il piano della piazza.
                  Il suo zelo fu però frustrato dal ritorno del generale Leopoldo Valfrè di Bonzo che aveva lasciato Na-
               poli per riprendere il suo posto di Comandante superiore d’Artiglieria. Genova stimava Valfrè, giudican-
               dolo un ottimo ufficiale sotto ogni punto di vista, ma non desiderava rimanere in sott’ordine,  temendo
               di diventare una specie di capo ufficio addetto alla compilazione di tabelle e di ruoli.



               Il mio compito principale doveva essere liquidare l’esercito
               dei Volontari e quello borbonico

                  Ai primi di novembre il di Revel dovette cedere il comando delle operazioni d’Artiglieria a Gaeta e
               raggiunse Napoli. Qui lo attendeva un nuovo incarico, affidatogli dal ministro della Guerra Fanti, come
               responsabile dello speciale ufficio della Direzione Generale di Guerra delle province napoletane. La sua
               funzione era quella di provvedere a tutti i servizi amministrativi relativi al ministero della Guerra, ma
               quel mandato implicava anche, nell’intenzioni di Fanti, il compito ben più delicato di procedere allo
               scioglimento delle forze garibaldine, come da lì a pochi giorni avrebbe decretato il governo.
                  Lasciamo per un momento il Nostro a Napoli nel suo ufficio di Palazzo San Giacomo per annotare
               qualche breve, ma necessaria riflessione sulla questione dell’Esercito Meridionale che tanti contrasti
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               suscitò in quel tempo.   Da subito si determinò su questo argomento un acceso conflitto tra Vittorio
               Emanuele e il ministro della Guerra. Il re per simpatia e gratitudine verso i reparti armati garibaldini
               che avevano conquistato il Regno delle Due Sicilie, era orientato a riconoscere all’esercito dei volontari
               l’equiparazione completa con i militari regolari.
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                  Fanti si dichiarò fermamente contrario a questa ipotesi e con lui era la gran parte dell’ufficialità. Si
               recò quindi a Torino per conferire con Cavour minacciando le dimissioni se la proposta del re fosse
               stata accolta. L’esito dello scontro fu favorevole al ministro della Guerra: il regio decreto pubblicato il
               16 novembre (ma retroattivo con la data dell’11), controfirmato da Cavour e da Fanti, prevedeva che i
               volontari italiani sotto le armi potessero scegliere tra la ferma di due anni in un corpo separato dell’e-
               sercito regolare o il congedo con un’indennità di sei mesi di stipendio. Una commissione mista avrebbe


               21  Ivi, p.72.
               22  Garibaldi considerò sin da Salemi i suoi reparti come parte integrante dell’armata nazionale e questa fu la denominazione ufficiale
                   con cui furono chiamate per la prima volta le forze garibaldine in un ordine del giorno del 19 luglio 1860, alla vigilia della battaglia
                   di Milazzo.
               23  Vittorio Emanuele considerava accettabile la bozza di decreto predisposta dietro suo incarico dai generali garibaldini: l’Esercito Meri-
                   dionale che contava allora 52.839 soldati e 7.343 ufficiali, articolato in quattro divisioni (Bixio, Cosenz, Medici, Sirtori) e in un corpo
                   autonomo (Avezzana), sarebbe divenuto un Corpo d’Armata italiano denominato «Cacciatori delle Alpi», su cinque divisioni di due
                   brigate ciascuna. Era anche prevista l’istituzione di commissione che valutasse i titoli e i gradi degli ufficiali. Per quanti risultassero in
                   regola era prevista l’equiparazione agli ufficiali dell’esercito nazionale. Il testo del decreto proposto alla firma del re è riportato anche
                   in Federico Carandini, Manfredo Fanti generale d’armata: sua vita, G. Crivelli, Verona, 1872, p. 435n. Su questo argomento anche
                   Franco Molfese, Lo scioglimento dell’esercito meridionale garibaldino (1860 – 1861), in Nuova Rivista Storica, gennaio –aprile 1960,
                   Società editrice Dante Alighieri, Milano, Roma; Francesco Bogliari, Manfredo Fanti, cit. p. 47; John Whittam, Storia dell’esercito
                   italiano, Rizzoli, Milano, 1979, p.97.
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