Page 210 - Il lungo Risorgimento del Generale Genova Thaon di Revel - Per l'Italia e per il Re
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oltrepassa Cavoretto, Bra o Chivasso» … «Revel posa molto al furbo e al forte io non sono né l’una
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cosa, né l’altra».
La cessione del Veneto toccava, secondo quanto indicato nel dispositivo di incarico che Genova ave-
va ricevuto, vari punti: la consegna delle piazzeforti, lo sgombero dei militari austriaci dalle città che an-
cora occupavano, la valutazione economica del materiale bellico che, non potendosi trasportare, doveva
essere acquistato dall’esercito italiano, l’effettuazione del plebiscito secondo le disposizioni del trattato
di pace per sancire la volontà delle popolazioni venete di far parte del Regno d’Italia.
A complicare le cose era intervenuta la crisi del municipio di Venezia. Qualche mese prima si era
dimesso dalla carica di podestà il conte Pier Luigi Bembo e con lui tutta la giunta, in contrasto con il
luogotenente austriaco per il Veneto Georg Toggenburg. Il consiglio comunale aveva così eletto un nuo-
vo esecutivo, che tuttavia non ebbe l’autorizzazione dalla luogotenenza austriaca. La congiuntura non
era di poco momento perché dovevano essere proprio i capi delle municipalità di Verona, Mantova e
Venezia a ricevere dal rappresentante francese Lebœuf la consegna del Veneto che sarebbe poi passato
alle autorità italiane.
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Il di Revel affrontò le tutte questioni sul tappeto con grande abilità diplomatica, dimostrando energia
e talento. Decise per prima cosa di privilegiare i rapporti con Mœring, lasciando il Commissario fran-
cese, che aveva intuito sarebbe stato solo un incaglio, in secondo piano. Era avvantaggiato dalla sua
ampia autonomia d’azione: così mentre Mœring e Lebœuf dovevano aspettare l’approvazione degli uf-
fici di Vienna e di Parigi, Genova poteva tempestivamente modulare i propri passi senza far riferimento
preventivamente al ministero fiorentino. In questa trattativa, vera e propria partita a scacchi, concentrò
innanzi tutto l’attenzione sull’armamento delle piazzeforti, perché si era prefisso di acquistare tutte le
bocche da fuoco che armavano le fortezze del Quadrilatero. Pensava infatti che non facendolo e lascian-
do disarmare le piazze, queste sarebbero rimaste indifese chi sa per quanto tempo prima che fossero
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reperite le risorse necessarie a riarmarle.
Organizzò così delle sottocommissioni miste di ufficiali italiani e austriaci per l’inventariazione e
la valutazione del materiale bellico che sarebbe rimasto all’esercito italiano. Poi si recò a Firenze per
avere l’assicurazione che tutta la questione sarebbe stata trattata esclusivamente da lui. Intendeva così
bloccare le interferenze non solo di Vimercati, ma anche del console francese Leon Pillet, (ex direttore
dell’Opera di Parigi annotava con un certo sarcasmo il di Revel) e di Gioacchino Pepoli regio Com-
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missario a Padova. Da Cugia ebbe anche l’autorizzazione a comunicare a Vimercati l’ordine di tornare
a Firenze quando lo ritenesse opportuno (lo fece alla fine di settembre); era deciso a metterlo fuori dai
giochi perché lo infastidiva la sua presunzione di essere l’interprete della volontà di Napoleone III, ami-
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co personale del ministro degli Esteri Visconti Venosta e dell’ambasciatore a Parigi Costantino Nigra.
23 Francesco Fadini, Manlio Mazziotti di Celso Ottaviano Vimercati: il primo lombardo (1815 – 1879), cit., p. 210.
24 Ministero dell’Interno. Pubblicazioni degli archivi di Stato, Gli archivi dei regi commissari, cit., p. 4.
25 Genova Thaon di Revel, La cessione del Veneto, cit., p. 59.
26 Gioacchino Napoleone Pepoli (Bologna 1825 – Ivi 1881) Figlio del marchese Guido Taddeo e di Letizia Murat, aderì al movimento
liberale e fu comandante della guardia civica bolognese nel 1848. Nel 1860 fu governatore dell’Umbria e successivamente ministro
dell’Agricoltura nel 1862. Plenipotenziario l’anno dopo a Pietroburgo, fu uno degli artefici della Convenzione di settembre. Nel 1866
fu nominato regio Commissario a Padova poi ambasciatore a Vienna dal 1868 -1869.
27 Vimercati lasciò effettivamente Venezia, ma non è chiaro per quanto tempo, perché dalle sue lettere al presidente del Consiglio e al
ministro degli Esteri risultò ancora presente a Venezia nella prima settimana di ottobre. In realtà neppure a Firenze si era del tutto
soddisfatti dell’operato di Ottaviano Vimercati e di Gioacchino Pepoli. Cialdini si lamentava con il di Revel del Primo Lombardo che
aveva accettato una lettera di lamentele di Mœring formulata in modo arrogante e sconveniente. Cfr. Genova Thaon di Revel, la ces-
sione del Veneto, cit. p. 59. Preoccupato della piega che stavano prendendo gli avvenimenti in Veneto e del comportamento del Pepoli
era anche il presidente del Consiglio Bettino Ricasoli che gli telegrafava il 21 settembre in questi termini: « Manifestazioni plebiscito
che si fanno oggi a Venezia improvvide e inopportune perché possono turbare trattative, compromettere popolazione, toglier prestigio
spontanee future dimostrazioni; e perciò Ministero non potrebbe approvare che Ella le promuovesse, le eccitasse, le incoraggiasse».
capitolo ottavo

