Page 123 - 8 Settembre 1943-25 aprile 1945 - La Resistenza dei Militari in Italia: un lungo percorso sino alla vittoria finale
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CAPITOLO PRIMO



           di muovere per lavori e per altre ragioni; … considerare nemici gli aerei tedeschi in volo sul cielo delle Forze Navali e delle basi
           e non agire contro aerei angloamericani.
           Seguiva il punto 9: mettere immediatamente in stato d’allarme le basi navali attuando entro il giorno 10 settembre il pas-
           saggio di responsabilità della difesa delle piazze dell’Esercito  183 .
           Il problema più delicato era proprio il passaggio di responsabilità della difesa delle Piazzeforti all’Esercito:
           era stato stabilito per il 10 settembre, quando, segretamente, era stato detto che, dopo quella data, sarebbe
           stato dato l’annuncio ufficiale dell’avvenuto armistizio. Veniva continuamente prevista una data, conviene
           sempre ricordarlo nell’analisi degli avvenimenti, che non era mai stata indicata durante le trattative per l’ar-
           mistizio o dopo la firma.
           Nella notte del 7 settembre, a seguito di quella riunione della Marina, furono redatti due Promemoria per il
           Comando Supremo. Nella redazione di questi documenti ebbe notevole influenza la conoscenza che il Ministro
           aveva di imperative istruzioni segrete, in lingua inglese, redatte dal commodoro Royer Dick, dello Stato Maggiore
           del Comando in Capo della flotta britannica del Mediterraneo, compilate d’ordine del generale Eisenhower, che
           conteneva le misure previste, molto particolareggiate per il comportamento che la Flotta italiana avrebbe dovuto
           avere dopo l’armistizio. Tale documento, in copia, era stato dato da Ambrosio a De Courten il giorno prima, il 6
           settembre, quando l’Ammiraglio si era recato presso il Comando Supremo per rassicurare Ambrosio: alla lettura
           delle istruzioni angloamericane, De Courten era rimasto impietrito: così ricorda la sua reazione immediata.
           In sintesi, ai sensi di quanto scritto nel documento Dick, i porti di riunione utilizzabili, verso i quali la Flotta
           italiana doveva dirigersi erano Gibilterra, Palermo, Malta, Augusta, Tripoli, Haifa, Alessandria (d’Egitto).
           Venivano poi indicate, con dettagli di assoluta precisione, le rotte che tutte le navi da guerra e le unità minori,
           dislocate sulle coste occidentali dell’Italia e a nord e sud del parallelo 42º N, dovevano seguire.
           Per quanto riguardava le rotte per le navi della costa est, ovvero tutte le Unità da guerra dislocate a Taranto,
           nell’Adriatico o nei porti orientali dell’Italia, esse si dovevano trasferire a Malta pervenendovi direttamente da est
           durante le ore diurne. Le navi da guerra minori e le piccole unità potevano dirigersi direttamente ad Augusta
           e le navi da guerra presenti nell’Egeo dovevano invece dirigersi tutte verso Haifa. Vi erano poi le precise
           istruzioni per la navigazione, l’arrivo e il riconoscimento.
           Era previsto che i sommergibili dovessero navigare in emersione di giorno e non di notte. Quelli che prove-
           nivano dai porti continentali italiani o dalla Sardegna dovevano seguire le stesse rotte che erano state previste
           per le navi da guerra e possibilmente dovevano essere scortate da unità di superficie. Per quanto riguardava i
           sommergibili ‘in agguato’ (on patrol), essi dovevano navigare in superficie e procedere verso uno dei porti più
           vicini tra quelli indicati sopra. Interessanti anche le condizioni generali indicate per cui la Flotta italiana, dopo
           aver stabilito i contatti con le autorità navali alleate, dovevano accettare a bordo del personale che quelle forze
           navali giudicavano utile far salire a bordo e avrebbero dovuto attuare tutte le misure di disarmo che fossero sta-
           te loro imposte: infatti, questi provvedimenti di disarmo erano questione vitale di sicurezza per i porti alleati, nei quali le navi
           da guerra italiane potevano essere dislocate. Erano previsti porti di riunione anche per le navi mercantili con rotte
           ben specificate a seconda del porto da dove partivano e anche se dovevano portare segni di riconoscimento.
           I porti delle coste alleate dovevano essere sempre raggiunti di giorno e a bassa velocità. Tutte le comunica-
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           zioni dovevano essere effettuate sui 500 chilocicli . Non era stato fatto alcun riferimento, nel promemoria,
           alla questione della bandiera da battere.
           Il Ministro della Marina aveva tutte le ragioni per rimanere quantomeno impietrito da quel che aveva letto e
           volle iniziare il primo Promemoria inviato al Comando Supremo con seguenti parole:
                       la flotta italiana ha tenuto testa per oltre tre anni da sola o quasi, alla tanto prevalente potenza aeronavale avversaria
                       senza mai scoraggiarsi per la sproporzione del compito e per le gravi perdite subite. Se depone le armi, lo fa per obbe-
                       dienza a superiori necessità della Patria. Le si deve quindi riconoscere il diritto di non essere umiliata…


           183   Per i commenti ai promemoria del Comando Supremo, v. De Courten, cit., p.195-197.
           184   De Courten, cit., per la riproduzione integrale del documento in inglese con la traduzione in italiano, Instructions for the movement
           of  Italian warships and shipping, 4.9.1943, p.199 e ss. Vedi anche per questo periodo Francesco Mattesini, L’armistizio dell’8 settembre
           1943 parte prima Da Cassibile al Consiglio della Corona. La memoria del Generale Alexander e i promemoria di Supermarina e del Comando
           Supremo, in Bollettino d’Archivio dell’Ufficio Storico della Marina Militare, giugno 1993, e per la seconda parte Il dramma delle forze
           navali da battaglia, ibidem, settembre 1993.

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