Page 126 - 8 Settembre 1943-25 aprile 1945 - La Resistenza dei Militari in Italia: un lungo percorso sino alla vittoria finale
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“8 settembre 1943-25 aprile 1945 - La Resistenza dei Militari Italiani: un lungo percorso sino alla vittoria finale”



           Occorre ricordare, ancora una volta, che in questo Promemoria si sottolineava il fatto che le condizioni
           armistiziali non contemplavano un’assistenza attiva agli angloamericani da parte dell’Italia contro le trup-
           pe naziste. Naturalmente, quando gli italiani si fossero opposti ai tedeschi in qualsiasi modo possibile,
           avrebbero ricevuto un aiuto da parte delle Forze delle Nazioni Unite. Le linee generali che erano state
           appunto previste da Eisenhower nello stilare il testo dell’armistizio del 3 settembre e nei suoi rapporti e
           messaggi con le autorità italiane, riguardavano anche una resistenza passiva generale in tutto il Paese, facendo
           però in modo che questo ordine potesse però essere trasmesso alle autorità all’insaputa dei tedeschi… come
           se questo fosse stato seriamente possibile. Si dovrà attendere il 13 ottobre successivo affinché fosse chia-
           rita la ormai difficile posizione dell’Italia con la dichiarazione ufficiale di guerra alla Germania nazista,
           anche se di fatto l’Italia lo fu, fin dalla sera dell’8 settembre, con la resistenza militare attuata contro tutti
           gli attacchi tedeschi.
           All’annuncio dell’armistizio e agli ordini ricevuti, Bergamini reagì con forza, in una telefonata dal Vittorio
           Veneto, dicendo a De Courten, che non intendeva minimamente andare a fare il guardiano di navi in consegna al
           nemico, chiedendogli quindi di essere esonerato dal Comando in Capo della Flotta. Non fu solo lui a reagire
           in questo modo: a Taranto, un altro ammiraglio, Giovanni Galati, quando la Forza navale dovette partire per
           Malta, chiese di essere esonerato dal Comando del Gruppo Incrociatori poiché non se la sentiva di dirigere
           le sue navi verso basi inglesi. Galati, infatti, continuò a operare a Brindisi con altro incarico.
           Bergamini riteneva che l’autoaffondamento sarebbe stata la soluzione migliore e che ne avrebbe parlato con
           ammiragli e comandanti in sottordine, sicuro che costoro sarebbero stati d’accordo con lui per questa so-
           luzione. La riteneva quella più dignitosa: peraltro questa fu la stessa reazione iniziale dell’ammiraglio Bruto
           Brivonesi, a capo della Flotta da battaglia di Taranto.
           Il Ministro discusse a lungo con Bergamini, illustrandogli la situazione e cercando di fargli comprendere
           anche perché non aveva potuto parlare prima dell’armistizio e delle condizioni imposte, di fronte alle vibrate
           proteste del collega su un silenzio che non comprendeva.
           …Con quella prontezza di percezione e di decisione che gli erano caratteristiche, l’ammiraglio Bergamini entrò subito nello
           spirito delle argomentazioni che gli avevo diffusamente esposto e mi rispose che ne comprendeva l’intimo significato e il profondo
           valore, condividendo le conclusioni alle quali ero giunto, nonostante i durissimi sacrifici per tutti che erano in esse impliciti…
           De Courten e Ambrosio avevano ben compreso che era opportuno procedere a una leale esecuzione delle clau-
           sole dell’armistizio concordate e accettate da ambo le parti, perché questa era la via per dare in avvenire possibilità
           di vita e di ripresa al popolo italiano  190  e anche per presentarsi al tavolo della pace come una nazione che aveva
           saputo mantenere gli impegni presi, anche se in un momento particolarmente difficile.
           Bergamini convocò la riunione con i suoi Comandanti collaboratori e poco dopo fu in grado di assicurare
           De Courten, via telefono, che sarebbe partito prima della mezzanotte secondo gli ordini ricevuti: …stai
           tranquillo, fra poche ore tutta la Squadra partirà per compiere interamente il proprio dovere, tutte le navi che sono in grado
           di muovere, anche con una sola elica, partiranno con me… Nella notte del 9 settembre, fra le 02.00 e le 03.00, le
           Unità navali presenti alla Spezia e a Genova si misero in movimento, dirette in Sardegna, congiungendosi
           in mare, proseguendo verso sud ovest.
           Venuti a conoscenza dell’occupazione tedesca della Maddalena, le Unità ebbero l’ordine di puntare diretta-
           mente sul porto di Bona, nell’Algeria orientale.
           Ricognitori tedeschi avvistarono il Gruppo Navale quando questo era arrivato quasi vicino alla Corsica
           e lo attaccarono nel golfo dell’Asinara. Le Forze Navali di battaglia, in quel momento, erano composte
           da 22 unità (tre corazzate, sei incrociatori, otto cacciatorpediniere e cinque torpediniere). Aerei della
           terza Luftflotte, i Do 217 K, attaccarono con due bombe teleguidate, da quasi una tonnellata e mezza, FX-
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           1400 , a ponente della Sardegna, la corazzata Roma, nave ammiraglia, che, colpita da due di questi ordi-
           gni, si spezzò in due e affondò alle 16.18 con a bordo Bergamini, il Comandante della corazzata, capitano
           di vascello Adone Del Cima, tutto il Comando delle Forze Navali da battaglia, tutti gli ufficiali superiori
           e 1.351 uomini dell’equipaggio su 2.021.


           190   De Courten, cit., p.233.
           191   Enrico Cernuschi, La silenziosa battaglia della corazzata Roma. Un’analisi del ruolo strategico della Regia Marina nel 1943, Rivista Marit-
           tima, CXXV, agosto-settembre 1993, p.111-122 con una analisi della situazione del momento nel Mediterraneo. V. foto a p. 128.

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