Page 124 - 8 Settembre 1943-25 aprile 1945 - La Resistenza dei Militari in Italia: un lungo percorso sino alla vittoria finale
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“8 settembre 1943-25 aprile 1945 - La Resistenza dei Militari Italiani: un lungo percorso sino alla vittoria finale”



           Parole di grande dignità, quelle che in molte occasioni hanno dimostrato i militari italiani in situazioni diffi-
           cili di fronte al nemico, quale che fosse.
           Nel secondo promemoria faceva rilevare quei punti del documento Dick che risultavano a suo modo di vedere
           incompleti e insoddisfacenti. Lo riteneva molto oscuro e soprattutto considerava che nella redazione del docu-
           mento era stato tenuto in conto solamente un punto di vista unilaterale britannico, senza che un esperto da parte
           italiana avesse potuto dare considerazioni logiche e fondate obiezioni, anche per il miglioramento dell’attuazione
           della parte operativa.
           Si arrivò così al pomeriggio dell’8 settembre. Quel giorno il generale Eisenhower da Radio Algeri diede
           comunicazione dell’armistizio nel pomeriggio, per la precisione, alle 18.30.
           Per le 18.00 erano stati invitati a trovarsi al Quirinale quasi tutti i ministri, e il generale Carboni, a capo del
           SIM e del Corpo d’Armata motocorazzato, dislocato vicino Roma. Badoglio lo annunciò all’Italia alle 19.42
           dell’8 settembre.
           Badoglio, pallido e accigliato, come testimoniato da tutti i presenti e ricordato da De Courten, comunicò che
           l’armistizio era stato firmato e che, dopo poco, alle 18.30, sarebbe stato notificato al mondo intero. Il Re,
           dopo aver ascoltato la dichiarazione e messo a conoscenza i presenti della circostanza che la data della notifi-
           ca dell’armistizio, orientativamente prevista tra il 12 e il 13 settembre, era stata imposta dagli angloamericani
           e che, improvvisamente, solo poche ore prima, Eisenhower aveva comunicato che lo avrebbe dichiarato
           quello stesso giorno, si rivolse ai presenti per chiedere le loro opinioni in merito. De Courten fu molto cau-
           to e rispose che non poteva esprimere un parere su una questione della quale non conosceva i termini e le
           condizioni. Secondo le stesse parole di Ambrosio, in quel momento tutto il progettato spostamento delle
           truppe della Croazia e dell’Albania verso la costa e l’azione prevista delle truppe aviotrasportate americane
           vicino Roma era andato a monte.
           Era molto chiaro che tutto quello che era stato predisposto avendo come orizzonte operativo 4/5/8 giorni
           veniva a cadere, creando grandi difficoltà all’attuazione di quanto previsto e soprattutto era da mettere in
           conto una violenta reazione tedesca che fu velocissima: infatti, già alle 19.00 di quell’8 settembre i tedeschi
           avevano attaccato Roma e non solo.
           Intorno alla mezzanotte, la sera dell’8 settembre, anche la Flotta italiana ricevette il primo attacco delle unità
           navali tedesche nei porti di Bastia e di Piombino perché Berlino intendeva mantenere aperta la linea Corsi-
           ca-Sardegna-Isola d’Elba/Piombino/Livorno, per fare in modo che le truppe stanziate in quelle due isole
           potessero raggiungere la costa italiana.
           Al momento dell’armistizio la Regia Marina italiana già aveva perduto in guerra 380 unità militari per 334.757
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           tonnellate e 1.278 navi mercantili per 2.272.707 tonnellate con la perdita di ben 23.640 uomini . Nel perio-
           do 25 luglio - 8 settembre 1943, le navi italiane affondate dagli angloamericani furono due cacciatorpedinie-
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           re, tre torpediniere e corvette, quattro sommergibili . Le parole dell’Ammiraglio sul contributo dato dalla
           Marina al conflitto erano molto corrette.
           Quell’8 settembre De Courten arrivò al Ministero in serata con l’obiettivo di stabilire subito le disposizioni
           per applicare l’armistizio . Come da lui stesso ricordato, gli si aprivano davanti due vie: applicare integral-
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           mente le condizioni che erano state altrove negoziate, senza chiedere il parere degli interessati nello spe-
           cifico settore, oppure respingerle e cioè ordinare l’autoaffondamento della Flotta. Non si poteva far altro
           in realtà e, vista la situazione, occorreva pensare anche alle possibili conseguenze internazionali per l’Italia,



           185   Cfr. La Marina italiana nella seconda guerra mondiale, Ufficio Storico della Marina Militare, vol. I: I dati statistici, Roma 1972, pagine
           210, 222 e 239, come anche indicato in Alberto Santoni, La situazione delle Forze della Marina all’atto dell’armistizio. Inquadramento gene-
           rale delle operazioni navali, in “La Marina nella guerra di Liberazione e nella Resistenza”, Atti del convegno di studi, Venezia, 28-29
           aprile 1995, Roma, 1996, pagina 137-144. Vedi dello stesso autore anche: Storia Politica Navale dell’età contemporanea, Roma, Ufficio
           Storico della Marina Militare, 1993, pagina 304 e ss.
           186   Giuliano Manzari, cit, p. 13. Tra il 31 luglio al 15 agosto andarono perse anche 14 moto zattere, una motosilurante, due cister-
           ne, una nave trasporto materiali e otto rimorchiatori. Il 6 settembre due moto pescherecci antisommergibile.
           187   Per la consistenza della flotta italiana dopo l’esecuzione dell’armistizio, vedi Filippo Stefani, in L’Italia in guerra, il quarto anno,
           1943, cit. p.194. V. anche situazione riepilogativa delle presenze e delle perdite negli affondamenti del 9 settembre nelle acque
           settentrionali della Sardegna in Giuliano Manzari, cit., p. 26.

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