Page 167 - 8 Settembre 1943-25 aprile 1945 - La Resistenza dei Militari in Italia: un lungo percorso sino alla vittoria finale
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CAPITOLO PRIMO
Il 6 giugno 1944 fu arrestato l’ex Comandante della Legione e altri 13 ufficiali, tutti ‘congedati’. Nove di essi
tornarono in libertà ma cinque, compreso il Comandante, furono inviati in Germania, come era successo
per militari di altre Armi (v. sotto), al lavoro coatto in industrie a Francoforte sul Reno.
Il 5 agosto accadde a Torino quel che era già successo a Roma e ormai largamente prevedibile: i Carabinieri
furono concentrati nelle caserme con un falso pretesto, disarmati, arrestati. Il 9 agosto circa 500 di loro
furono deportati in Germania. Anche nella Legione di Alessandria e in tutte le Legioni territoriali dell’Arma
a nord ci furono simili invii per lavoro coatto in Germania. I tedeschi e i fascisti credevano di aver risolto
un problema, ma non avevano fatto conto, ancora una volta, della forte ostilità ormai presente non solo tra
i civili ma anche e molto tra i militari di ogni ordine e grado .
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Il rastrellamento del Ghetto di Roma e dei cittadini di origine e religione ebraica in tutta Italia
Eliminato quello che da parte dei tedeschi e dei fascisti veniva ritenuto come il maggiore ostacolo ‘tecnico’,
cioè in particolare i Carabinieri di Roma e del Lazio, alla deportazione dei cittadini di religione o di origine
ebrea, era finalmente possibile passare all’azione.
Quello che accadde è assai noto: nel quadro della persecuzione instaurata dai nazisti in Germania, fin dall’i-
nizio del potere di Hitler, e seguita in Italia con la promulgazione delle leggi razziali nel 1938, alla firma delle
quali il Re non seppe sottrarsi, come invece avrebbe dovuto, dovevano essere cancellati ebrei, rom e omo-
sessuali, con uno sterminio professionale e completo: la soluzione finale, della questione ebraica (Endlösung
der Judenfrage), ovvero l’eliminazione fisica di queste persone, senza dare loro altre opportunità quali quelle, ad
esempio, di lavoro che non fosse nei lager o in alcune industrie tedesche dove serviva manodopera maschile
carente, perché gli uomini erano in guerra, e femminile, per lavori dove solo le mani di una donna potevano
ottenere dei risultati. Il territorio tedesco o quello occupato dal Terzo Reich dovevano essere liberati total-
mente (judenfrei), da quelle persone che non rispettavano gli stretti canoni previsti per una pura razza ariana.
In Italia fino alle leggi razziali del 1938 la situazione era rimasta abbastanza tranquilla, in superficie. Musso-
lini, agli inizi del suo governo, fin quasi ai primi Anni ’30 aveva dichiarato che in Italia non esisteva il pro-
blema ebraico. In effetti, bisogna ricordare che un ebreo, Guido Young, aveva potuto dirigere un ministero
fascista, quello delle Finanze, per due anni, 1932 e 1933.
Vero è che nell’Accademia d’Italia che fu costituita nel 1929, rappresentando il massimo organo della cultura
italiana, non fu ammesso alcun cittadino di origine o religione ebraica, ma per incarichi di prestigio di livello
inferiore fu lasciata a costoro possibilità di tenere buone posizioni in varie accademie.
Come alcuni storici fanno notare, nei primi anni del fascismo, non vi era una grande avversione del governo
contro gli ebrei ma solo un certo agnosticismo . Mussolini rimproverava alla comunità ebraica italiana di
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non essersi saputa spesso integrare nella società italiana, mantenendo una propria visione identitaria della
vita sociale e familiare; nel 1929, quando furono firmati gli accordi tra Italia e Vaticano e il cattolicesimo fu
riconosciuto come religione dello Stato italiano, una legge del 24 giugno 1929 e il relativo decreto attuati-
vo del 28 febbraio 1930 avevano però riconosciuto libertà di coscienza ai non cattolici e davano completa
eguaglianza giuridica, ammettendo il libero esercizio dei loro culti; lasciarono loro libertà nella forma del
matrimonio e nelle scuole da seguire; erano esentati dalla frequenza e presenza nelle ore dell’insegnamento
della religione cattolica. Tra il 1930 e il 1931 furono emanate delle norme per le quali si potevano strutturare
e organizzare le comunità ebraiche in Italia, in autonomia.
I problemi iniziarono nel 1933, quando Hitler cominciò a diffondere le sue idee sulla purezza della razza
ariana contro l’ebraismo, accusandolo di essere debole fisicamente e mentalmente. Fu solo intorno al 1934
236 Per la resistenza dell’Arma sul territorio della RSI, v. il volume, sopra citato, relativo a una giornata di studi tenuta a Saluzzo
nel 2014, I Carabinieri nella resistenza e nella guerra di liberazione 1943-1945, Rivista dell’Istituto Storico della Resistenza e della Società
Contemporanea in Provincia di Cuneo “D.L.Bianco”, n. 87, giugno 2915, con vari contributi di storici specializzati nella Storia
dell’Arma.
237 Antonio Milano, Storia degli ebrei in Italia, Torino, Einaudi, 1992, p. 391 e ss.
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