Page 164 - 8 Settembre 1943-25 aprile 1945 - La Resistenza dei Militari in Italia: un lungo percorso sino alla vittoria finale
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“8 settembre 1943-25 aprile 1945 - La Resistenza dei Militari Italiani: un lungo percorso sino alla vittoria finale”
le stazioni dell’Arma in Roma e concentrarli alle caserme Podgora, Pastrengo, La Marmora, Vittorio Emanuele
(per gli Allievi). Sempre nella circolare era scritto che alle 8.45 i singoli comandanti di caserma avrebbero
dovuto comunicare per telefono al Comando Generale, e poi con fonogramma ‘precedenza assoluta’, lo
svolgimento dell’operazione, il numero delle armi ritirate e quello degli uomini disarmati. Vi erano poi altre
disposizioni di dettaglio ma colpisce, in questa circolare, la precisazione che all’esterno delle caserme e so-
prattutto di fronte alle singole uscite, dalle ore 8.15 di quel 7 ottobre, vi sarebbero stati degli speciali reparti
di paracadutisti tedeschi, i quali avevano l’ordine di far fuoco contro chiunque volesse ‘uscire’. All’interno
della caserma, che doveva essere tenuta chiusa, il servizio di guardia sarebbe stato espletato, a turno, da uf-
ficiali dei Carabinieri, con un adeguato numero di sottufficiali.
In realtà, nella notte tra il 6 e il 7 ottobre, proprio come riferito dal Mauceri, erano già circolate numerose
pattuglie tedesche che sorvegliavano da vicino le caserme, mettendo in allarme militari e anche i civili che per
motivi di lavoro si muovevano molto presto la mattina per Roma. Alcuni di essi compresero che qualcosa di
grave stava succedendo e chi seppe anche brani di notizie, cercò di diffonderli al più presto. L’operazione di
rastrellamento doveva iniziare verso le 5.00 del mattino ma alle 8.00 molte caserme erano state già occupate
così come la Legione Allievi di Roma, nonostante vi fosse stato un accordo che i tedeschi avrebbero solo con-
trollato l’esterno, senza penetrare in caserme e alloggi ma anche questo accordo non fu rispettato dai tedeschi,
come sempre era accaduto precedentemente e come sarebbe accaduto nei giorni e nei mesi successivi.
In effetti gli ordini vennero eseguiti ma su 350 ufficiali e 9.000 sottufficiali e carabinieri che prestarono servizio a Roma
vennero catturati soltanto una settantina di ufficiali e poco più di 2.000 uomini fra sottufficiali e carabinieri… In realtà,
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alcune caserme furono trovate vuote o con pochi uomini e nessuna arma presente.
Quei comandanti di caserma o di gruppo che, ricevendo simili ordini, li eseguirono, ritennero di doversi
recare in Italia settentrionale, almeno secondo quanto era stato loro assicurato. Solamente quando furono
giunti nei pressi di Udine, seppero da ferrovieri italiani che il treno, sul quale viaggiavano, era diretto in
Germania per cui molti prigionieri riuscirono a fuggire con l’aiuto degli stessi ferrovieri e di molti civili ma
molti altri invece non riuscirono a evitare l’internamento .
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Una volta occupate tutte le caserme, le truppe naziste entrarono anche negli alloggiamenti privati, ove prele-
varono oggetti di valore e tutto ciò che poteva essere interessante e utile per la logistica e il vettovagliamento.
Si impossessarono anche degli automezzi efficienti e delle biciclette. Anche questa era ormai divenuta un’a-
bitudine per il soldato nazista: da vincitore depredare tutto quello che poteva.
Dei Carabinieri della capitale, molti di quelli che riuscirono a sottrarsi alla cattura si diedero alla macchia,
unendosi alla Resistenza: Kesselring e Kappler non avevano previsto che, con questo loro tentativo di
annullare la forza dell’Arma, non solo sciogliendola, ma facendo in modo che molti di quei militari non
dessero più alcun fastidio, avrebbero ottenuto esattamente il risultato contrario, perché l’apporto dell’Arma
alla Resistenza, così come quello dell’Esercito, della Marina e dell’Aeronautica, ha costituito un nucleo im-
portante di resistenza attiva negli accadimenti verso la Liberazione.
Pochi giorni dopo Kappler scriveva, irritato, a Berlino che il disarmo dei Carabinieri era riuscito solamente
al 45% per colpa dell’errata pianificazione di Graziani…
Una volta rientrato a Roma, Mischi ebbe parole molto pesanti nei confronti dell’Arma. Insieme al Delfini,
si recò da Graziani il quale espresse solo un rincrescimento riguardo al fatto che la vicina caserma dei Co-
razzieri era stata anch’essa invasa dai tedeschi, nonostante fosse stato ben chiarito nel corso della riunione
all’ambasciata tedesca, che i Corazzieri dovevano essere tenuti fuori da simili provvedimenti.
Tornato al Comando, Mischi riunì gli ufficiali, confermando che, così come sarebbe accaduto alla truppa,
erano diretti tutti a Fidenza, dando la data in cui li avrebbe raggiunti al Nord, per chiamarli a rapporto e
spiegare a tutto il contingente la nuova situazione, aggiungendo che avrebbe trattenuto a Roma tre aiutanti
maggiori e i tre Comandanti di Legione, la cui la presenza era necessaria, per avere un’idea generale sulla
forza rimasta, comunque, in servizio nelle caserme, sulle armi ancora a disposizione, sui materiali utilizzabili.
Tra i numerosi ufficiali che rifiutarono il disarmo e sfuggirono alla deportazione vi fu anche il maggiore
232 Relazione Mauceri, cit. sopra.
233 La resistenza dei ferrovieri è stata molto importante e hanno pagato con molte vite questo loro impegno civile. V. Edio Vallini,
Guerra sulle rotaie. Contributo a una storia della resistenza, Lerici editore, 1964.
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