Page 166 - 8 Settembre 1943-25 aprile 1945 - La Resistenza dei Militari in Italia: un lungo percorso sino alla vittoria finale
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“8 settembre 1943-25 aprile 1945 - La Resistenza dei Militari Italiani: un lungo percorso sino alla vittoria finale”



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           Quella dell’ottobre 1943 non sarà l’ultima deportazione di massa per l’Arma dei Carabinieri, attuata sempre nello
           stesso modo: infatti il 5 agosto 1944 furono deportati i militari della Legione di Torino, che andarono così a au-
           mentare il numero degli altri uomini di tutte le Armi rinchiusi nei campi di prigionia o di internamento (v.infra) .
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           L’armistizio aveva colto di sorpresa l’Arma dei Carabinieri su tutto il territorio nazionale. A Torino la notizia
           raggiunse il Colonnello Comandante della Legione il quale, come tanti suoi colleghi, dovette dare direttive
           e impartire ordini ai suoi subordinati, certamente non facili perché la situazione non era chiara, tanto più
           lontano dalla capitale e dai Comandi centrali.
           Il comportamento più normale era quello di rimanere al proprio posto come peraltro indicato dal Comando
           Supremo (all’epoca l’Arma era la prima Arma dell’Esercito), reagendo ad eventuali attacchi da qualsiasi parte
           essi provenissero. Infatti, l’ordine categorico fu di svolgere quell’opera di premurosa assistenza alla popolazione che
           continuarono a fare anche la più gran parte di coloro che si trovarono poi a dover operare nella RSI, sempre
           di più rivelandosi come uno strumento essenziale non solo per l’ordine pubblico ma per la difesa dei cittadini
           dai soprusi sempre più numerosi dell’occupante nazista. Come a Roma e in altre città italiane, col passare dei
           giorni, reparti delle SS si impadronivano dei gangli vitali delle città, comprese le caserme dell’Arma. Anche a
           Torino si verificarono gli stessi comportamenti dei nazisti: la caserma del Reggimento Nizza Cavalleria dove
           si trovava anche la Regia Guardia di Finanza, fu occupata dalle truppe tedesche che fecero lo stesso a Cuor-
           gnè, a Castellamonte e a Ronco Canavese. Molti Carabinieri, non volendo servire sotto i tedeschi e i fascisti,
           riuscirono a lasciare la città, raggiungendo i gruppi di resistenza partigiani, ormai molto numerosi. Il Coman-
           dante della Legione autorizzò i suoi collaboratori a prendere contatto con il Comitato di Liberazione regio-
           nale, dando così origine a un tipo di resistenza clandestina, finalizzato anche per procurare i documenti, veri
           o falsi che fossero, a civili e militari, anche colleghi, ormai alla macchia. Intanto era nata la GNR nella quale
           era stata obbligatoriamente inserita, come su tutto il territorio nazionale, l’Arma, con la MVSN e la PAI.
           Vari elementi chiesero il collocamento in congedo che per molti, non fu concesso. Fu lo stesso Comitato
           di Liberazione a chiedere che i Carabinieri, rimasti al loro posto, potessero dare non solo assistenza alla po-
           polazione, ma soprattutto continuassero quella che era una loro tradizione secolare, la raccolta informativa
           - l’intelligence, tanto più importante in quel momento e in quella situazione, proprio per la lotta di resistenza
           contro il regime nazifascista. Ogni brandello di notizia serviva non solo per atti di sabotaggio ma anche per
           salvare molti patrioti da rastrellamenti e catture, come in effetti accadde moltissime volte, anche a rischio di
           tutti quelli che si impegnavano in questo tipo di concreta resistenza.
           Nel febbraio 1944, tutti coloro che erano stati integrati nella GNR furono chiamati a giurare fedeltà alla
           RSI, ma la maggior parte di essi non intendeva farlo. Dal Comitato di Liberazione regionale e dal Comando
           Carabinieri dell’Italia liberata, che, ricordiamo, aveva funzioni di Comando Generale Arma, arrivò l’ordine
           di giurare, proprio per continuare in quell’attività clandestina di resistenza e di raccolta informativa, di cui si
           aveva grande necessità soprattutto in quel periodo di enormi difficoltà e rischi.
           I tedeschi continuavano, comunque, a non avere fiducia nei Carabinieri, guardandoli con sempre maggior sospet-
           to, anche perché i militari dell’Arma avevano deciso di non togliere gli alamari e non indossare la camicia nera,
           al posto di quella grigio verde, come aveva invece fatto Mischi, il primo giorno che si era presentato quale Co-
           mandante Generale dell’Arma in sede: iniziò così il trasferimento di alcuni elementi del Piemonte in Germania,
           tra coloro che avevano mostrato più ostilità verso il regime, sulla falsa riga di quello che era accaduto a Roma.
           Il 10 marzo 1944 il Comando Legione fu sciolto (con la creazione di un Ufficio Stralcio, come a Roma e in
           altre sedi); ci fu una riorganizzazione interna di tutta la struttura e nelle sedi dell’Arma iniziarono ad affluire
           elementi esterni della Milizia e della PAI, così com’era accaduto in tutto il territorio della RSI. Rimaneva molto
           difficile e rischioso continuare, come peraltro accadde, nella lotta clandestina dall’interno della struttura. Tra
           il marzo e il giugno 1944, quasi 700 uomini tra ufficiali, sottufficiali e Carabinieri chiesero il collocamento in
           congedo perché non intendevano più collaborare e furono, per questo motivo, sottoposti a una sorveglianza
           molto rigorosa, perché ritenuti ‘traditori’, proprio dai ‘colleghi’ della Milizia e della PAI integrati nella GNR.

           235   Giovanni Salierno, La deportazione dei Carabinieri dall’Italia del Nord: La Legione di Torino, in Notiziario Storico dell’Arma, Anno
           VII, N2. http://www.Carabinieri.it/Internet/ImageStore/Magazines/NotiziarioStorico/Notiziario%202022-2/index.html

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