Page 324 - 8 Settembre 1943-25 aprile 1945 - La Resistenza dei Militari in Italia: un lungo percorso sino alla vittoria finale
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“8 settembre 1943-25 aprile 1945 - La Resistenza dei Militari Italiani: un lungo percorso sino alla vittoria finale”
Molto si erano diffuse le formazioni partigiane, con le loro azioni operative e di sabotaggi, non sempre co-
ordinate, e gli scioperi che mettevano in pericolo l’ordine pubblico nelle città e su tutto il territorio ancora
occupato dai tedeschi, mentre occorreva una forte coesione e coordinamento, per aiutare la stessa resistenza
a ottenere gli obiettivi prefissati e agevolare l’avanzata degli Alleati. L’altro problema era che gli americani
guardavano con sempre maggiore diffidenza alcune formazioni partigiane nelle quali vi era una predomi-
nanza di orientamento comunista, pensando al futuro di un’Italia inserita in Europa, indubbiamente temen-
do che l’influenza di Stalin potesse far emergere nell’Italia post bellica, un futuro a loro ostile.
Intanto, nel luglio, Alexander si era ritrovato con una minore forza, per le sette divisioni a lui sottratte e
inviate a Napoli, per essere addestrate e poi sbarcare in Francia. La previsione dell’apertura del secondo
fronte importante in Francia, mettendo in secondo piano quello italiano, fece sì che i rifornimenti, anche ali-
mentari oltre che finanziari e militari, normalmente dati ai partigiani italiani, fossero trasferiti invece a quelli
francesi, in vista degli sbarchi su quel fronte. Occorreva farlo sapere e, soprattutto, farlo capire agli italiani
e il pomeriggio del 13 novembre 1944, attraverso la radio ‘Italia combatte’ con la quale gli angloamericani
mantenevano i contatti con le formazioni del CLN, fu letto un proclama noto come ‘il proclama di Alexan-
der’, a nome del Comandante Supremo dell’Esercito Alleato in Italia, che gelò i patrioti, come venivano de-
finiti nel proclama: veniva ordinato di cessare le operazioni organizzate su larga scala, conservando armi e
munizioni in attesa di eventuali nuovi ordini. Nuove istruzioni dovevano essere attese e sarebbero state date
a mezzo della radio ‘Italia combatte’ o con mezzi speciali o con manifestini; comunque la parola d’ordine
doveva essere stare in guardia, stare in difesa, approfittando comunque delle occasioni favorevoli per attaccare i
nazifascisti. I patrioti dovevano continuare nella raccolta delle notizie di carattere militare concernente il ne-
mico, studiarne le intenzioni e gli spostamenti, comunicando a chi di dovere tutte le informazioni raccolte.
Al settimo punto del proclama si leggeva: poiché nuovi fattori potrebbero intervenire a mutare il corso della campagna
invernale (spontanea ritirata tedesca per influenza di altri fronti [non veniva menzionato ma era quello francese], i
patrioti siano preparati e forti per la prossima avanzata… non venivano più dati molti rifornimenti ma dovevano
continuare a resistere come e dove possibile e secondo nuovi ordini.
Alla fine il generale Alexander pregava i capi delle formazioni di portare ai propri uomini le sue congratulazioni e l’espres-
sione della sua profonda stima per la collaborazione offerta dalle truppe da lui comandate durante la scorsa campagna estiva.
Il testo non fu ben interpretato da tutti i patrioti che lo videro come un invito a desistere dal loro operato,
ma il Comando del CVL diede indicazioni che il proclama doveva essere interpretato nel senso di non smo-
bilitare, ma di passare a una nuova strategia da attuare nel periodo invernale: e questo avrebbe voluto essere
il reale significato del proclama che, però, non fu compreso in prima battuta. Il vero problema consistette
nel fatto che il messaggio, veicolato per radio e non segretamente, fu ascoltato anche dai nazifascisti, i quali
ritennero, erroneamente, che la situazione stesse volgendo a un miglioramento della loro situazione sul
campo; sempre di più rastrellarono partigiani e civili anche non patrioti e fecero rappresaglie, ritenendo di
poter mantenere così sempre meglio il controllo sul territorio, conseguendo l’effetto opposto perché il loro
comportamento non faceva altro che aumentare l’afflusso di ‘resistenti’ alle formazioni partigiane.
Il proclama Alexander, in realtà, poi fu seguito proprio in quello che erano le principali disposizioni: mante-
nere le armi, e stare in difesa; gli attacchi non erano stati previsti ma furono comunque attuati.
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La resistenza in Liguria, nell’entroterra, e a Genova rimase sempre molto attiva con Formazioni di Mon-
tagna e Formazioni di Città. La lotta partigiana fu molto forte, con numerosi problemi interni alle stesse
formazioni e la liberazione di Genova fu dovuta ad una insurrezione locale.
Il 21 aprile 1945 il Comitato Liguria di Liberazione Nazionale (CLN-Liguria) doveva decidere se dare il via
all’insurrezione popolare. Tra coloro che avevano costituito questo Comitato, una delle figure più impor-
tanti era quella di Paolo Emilio Taviani (con il nome di copertura Roberto Pittaluga e con questo nome
scriverà i suoi ricordi di partigiano). Il 23 aprile Taviani assunse la direzione dell’insurrezione di Genova. Il
24 e il giorno successivo si combatté ovunque nella città contro i tedeschi. Il 25 aprile alle 19.30 il generale
Meinhold, Comandante delle forze armate germaniche del settore, firmò l’atto di resa alle Forze Armate
del Corpo Volontari della Libertà, alle dipendenze del Comando Militare per la Liguria. Il Comitato di
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