Page 72 - 8 Settembre 1943-25 aprile 1945 - La Resistenza dei Militari in Italia: un lungo percorso sino alla vittoria finale
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“8 settembre 1943-25 aprile 1945 - La Resistenza dei Militari Italiani: un lungo percorso sino alla vittoria finale”



           motoscafi fossero pronti a Fiumicino per gli eventuali spostamenti a Civitavecchia, ritenendo non sicuro far
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           spostare la Famiglia Reale e il seguito via terra .
           In questo panorama di possibili decisioni, lo stesso 8 settembre De Courten convocò l’ammiraglio Bruto
           Brivonesi, Comandante di Marina “Sardegna”, al quale diede le disposizioni necessarie relative all’eventuale
           ormeggio della Flotta alla Maddalena e relativamente, anche alla possibile presenza stanziale dei Reali e di
           parte del Governo.
           Nella notte del 9 settembre, il Comando Supremo decise per l’allontanamento dalla capitale. Anche parte
           del Governo prese questa decisione e Badoglio chiese al Ministro dell’Interno, Umberto Ricci, di assumere
           l’interim della presidenza, mentre si recavano a sud. Del Governo, rimasero a Roma Raffaele Guariglia Mi-
           nistro degli Esteri; Leonardo Severi Ministro dell’Educazione Nazionale; Giovanni Acanfora Ministro per
           gli Scambi e le Valute e Domenico Bartolini Ministro delle Finanze. Guariglia fu accolto nell’ambasciata di
           Spagna e gli altri ministri, nel Palazzo del Laterano, extraterritoriale, dalla Santa Sede. Il generale di brigata
           Vittorio Palma rimase a Roma in qualità di rappresentante del Comando Supremo. Carboni, con la partenza
           di Ambrosio e Roatta, divenne a tutti gli effetti comandante delle Forze riunite per la difesa di Roma
           Ormai però l’opzione della Maddalena non era più realizzabile perché il generale Antonio Basso, al coman-
           do delle Forze Armate della Sardegna, aveva inviato a Bergamini un telegramma, trasmesso alle 14.35 del
           9 settembre, in cui lo informava che i tedeschi avevano fatto un colpo di mano e si erano impadroniti del
           Comando Marina della Maddalena e rappresentava l’esigenza che, in caso di arrivo delle Forze navali, se era
           ancora in atto una situazione del genere, occorreva provvedere a un concorso at eliminazione reparti attaccanti.
           A quella data e a quella ora, la battaglia per la difesa di Roma era già iniziata; non era possibile avere un
           corridoio libero per Civitavecchia o per Fiumicino e quindi si dovette pensare ad altre strade per muoversi.
           Il generale Roatta diede ordini al generale Carboni di portarsi su Tivoli col suo Corpo d’Armata Motorizza-
           to  e di fare una ricognizione in quella zona per poi dirigersi verso Pescara, attendendo ulteriori ordini per
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           l’uso della sua Unità, vicino alle stazioni dei Carabinieri Reali.
           Carboni non era affatto d’accordo con il progetto, per una lunga serie di ragioni ma le sue opinioni non
           furono prese in considerazione e, come ordinato da Roatta, il mattino dispose per una ricognizione preven-
           tiva e per cercare anche delle sistemazioni congrue per le importanti Autorità che dovevano raggiungere
           Pescara. Carboni sarebbe rimasto a Roma nella sua duplice veste di comandante del Corpo Motorizzato e
           commissario del SIM. Ricorda De Courten, uno dei protagonisti, soprattutto per esigenze operative, del
           trasferimento a sud del Sovrano e Governo con mezzi navali, che alle 4.12 del mattino del 9 settembre fu
           chiamato al telefono dal generale Ambrosio il quale gli disse:
                       “in considerazione della situazione militare che si sta delineando intorno a Roma, dove i grossi reparti tedeschi con-
                       vergono verso la capitale, Sua Maestà ha stabilito di partire immediatamente per Pescara e ha dato ordine che i capi
                       militari lo raggiungano al più presto”.
           Di fronte ad alcuni dubbi dell’Ammiraglio sulla opportunità e fattibilità del progetto, Ambrosio gli confer-
           mò che quello era un ordine del Sovrano ma “gli organi centrali di comando avrebbero dovuto rimanere al loro
           posto e ad essi sarebbe stato affidato il compito di procedere ad ogni incombenza…” ovvero i ministri avrebbero lascia-
           to la capitale ma i Capi di Stato Maggiore sarebbero rimasti in loco. L’ordine era di partire entro due ore, al
           massimo, andando verso Ortona per la Via Tiburtina. Probabilmente la scelta di andare verso l’Adriatico era
           stata valutata e presa perché si pensava che non ci sarebbero stati ancora ferrei controlli dei tedeschi in quel-
           la area e nessuno avrebbe fermato il corteo reale, molto facile da individuare. Il corteo, infatti, non fu mai
           fermato: impossibile che i tedeschi non sapessero o forse, sapendo, preferivano avere mano libera a Roma
           e sul territorio nazionale, delegittimando il Sovrano e il suo Capo di Governo, che non avevano ritenuto di
           dover mantenere una sovranità, almeno formale, sull’Italia intera. Oppure, nella concitazione della battaglia
           per occupare la città, non fu ritenuto questo uno dei problemi più importanti da risolvere.
           Il trasferimento del Re e del Governo, in realtà, fu utile agli angloamericani, che non l’ostacolarono ma in qual-
           che modo lo supportarono, anche se ovviamente questo trasferimento comportò, nel prosieguo, numerosi pro-



           98   Paolo Puntoni, Parla Vittorio Emanuele III, Bologna, il Mulino, 1969, 297 e ss.
           99   Testo riportato in Ruggero Zangrandi, cit., p. 453-454.

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