Page 97 - 8 Settembre 1943-25 aprile 1945 - La Resistenza dei Militari in Italia: un lungo percorso sino alla vittoria finale
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CAPITOLO PRIMO



           giorni successivi alla cattura di Rosi, il tenente colonnello Goffredo Zignani, del GAE, non accettò la resa
           e assunse comportamenti coerenti con quello che chiamava l’onore dell’armata e raggiunse il 16 settembre un
           comando partigiano nella Valle di Peza, dove si trovavano già da tempo alcuni ufficiali britannici che aveva-
           no costituito una piccola missione alleata di collegamento con quei partigiani. Zignani ed altri militari, che
           l’avevano seguito, dichiararono di voler combattere contro i tedeschi secondo quelle che erano le direttive
           del Comando Supremo dell’Esercito a Brindisi. Così venne costituito da questi militari un reparto che più
           tardi si chiamerà I Battaglione Truppe Italiane alla Montagna insieme a un’analoga unità che era guidata da
           un tenente colonnello dell’Aeronautica, Barbi Cinti, in seguito dal generale Azzi, sottrattosi alla cattura dei
           tedeschi, adoperandosi per organizzare strutturalmente chi era ancora disposto a combattere, dopo lo scio-
           glimento della propria unità o il disgregamento della stessa.
           Si erano aggregati a questo gruppo altri militari che avevano fatto parte della 9ª Armata. Fu poi costituito il
           Comando Truppe Italiane alla Montagna, comandate dal generale Azzi, alle dipendenze del quale furono posti 5
           Comandi Militari di Zona (Dibra, Peza, Elbasan, Dajiti e Berat), ciascuno forte di un battaglione. Iniziò così
           una resistenza partigiana, dal dicembre 1943 agli ultimi mesi del 1944 quando i tedeschi saranno costretti a
           lasciare definitivamente l’Albania, alla quale parteciparono i militari che avevano deciso di non abbandonare i
           combattimenti, ma questa volta contro la Germania. Situazione simile anche a molti casi sul territorio italiano.
           Molti reparti regolari furono sciolti e molti dei militari che vi appartenevano, scampati ai tedeschi, si inte-
           grarono nel Battaglione Gramsci, un reparto partigiano formato principalmente con i militari della Firenze e
           con unità della Divisione Arezzo.
           Insieme alle unità partigiane albanesi, il Gramsci e una batteria del 41º Artiglieria combatterono contro i tede-
           schi, riuscendo a liberare Tirana, il 20 novembre 1944, sfilando in quella occasione con i partigiani albanesi.
           Il Battaglione Gramsci con 2.000 uomini e con due batterie del 41º Artiglieria fu impiegato lungo i confini
           con la Jugoslavia rientrando in Italia il 26 maggio 1945.
           Non è possibile chiudere la pagina sull’Albania senza ricordare l’eccidio della ‘colonna Gamucci’, esecuzione
           in massa di 111 Carabinieri, ufficiali, sottufficiali e truppa, in Albania il 4 novembre 1943. Giulio Gamucci
           era comandante della Legione Carabinieri di Tirana. Il Comando di Liberazione di Tirana, il 9 settembre
           1943, aveva fatto chiedere ai Carabinieri di Tirana di arrendersi. Fu opposto un rifiuto secco. Gamucci rice-
           vette gli ordini di Rosi e di Dalmazzo secondo il quale tutti i militari dovevano cercare di arrivare alla costa
           per potersi imbarcare verso l’Italia. Il passaggio non era facile. Gamucci organizzò una colonna di circa
           2.000 uomini con elementi della Fanteria, Carabinieri, Guardia di Finanza e Camicie Nere per attraversare il
           Passo Krrabbes e marciare verso Elbasan con scorta tedesca. La marcia iniziò il 19 settembre, dopo l’auto-
           rizzazione del generale Dalmazzo per la partenza verso il nord est dell’Albania.
           Il 24 settembre la colonna venne fermata dai partigiani comunisti albanesi, guidati da Kadri A. Hoxha e gli
           italiani non resistettero. Gli albanesi presero il comando della colonna e guidarono gli italiani verso un pae-
           sino di montagna dove il 25 settembre la colonna poté riposare. Il lungo trasferimento successivo, sempre
           a piedi, fu verso la base partigiana situata sull’altopiano di Cermenikes, in mezzo ai boschi dove la colonna
           poté sostare di nuovo. Il 4 novembre 1943 tutti i Carabinieri, meno uno malato di tifo, furono condotti con
           un pretesto, verso una piana, conosciuta come Fushe Gurra e lì trucidati, derubati di tutti i loro averi perso-
           nali, dei vestiti e scarpe e delle armi individuali .
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           145   Per la complessa situazione di quel periodo in Albania v. David Smiley, Albanian assignment, Londra, Chatto&Vindus, The
           Hogarth Press, 1984 in https://archive.org/details/albanianassignement.
           L’autore era un agente SOE che prestava servizio in Albania dall’inizio del 1943. Egli e un piccolo gruppo di colleghi dovevano
           aiutare la resistenza albanese a cacciare gli occupanti tedeschi e italiani. Fu paracadutato due volte sulle montagne della Grecia
           settentrionale e in Albania. Gli inglesi nella loro missione di rifornimento di armi e munizioni varie, assistettero ad una guerriglia
           selvaggia nella quale non si facevano prigionieri. Si trovarono anche in mezzo a una violenta ‘guerra civile’ tra i partigiani comu-
           nisti guidati da Enver Hoxha, segretario generale del Movimento di Liberazione Nazionale, residente nel distretto di Elbasan
           (in seguito Commissario Generale dell’Esercito Partigiano di tutta l’Albania, diventato a fine guerra capo del governo albanese)
           e quelli che supportavano il re Zogu e gli altri gruppi anticomunisti. Londra decise di dare l’appoggio completo ai partigiani di
           Hoxha. Il VI capitolo dello studio di Smiley è dedicato alla formazione della I brigata partigiana albanese, al ritiro e resa degli ita-
           liani, p.65-80. Il volume non scrive di questo episodio ma è interessante per meglio comprendere la situazione albanese dell’anno
           dell’eccidio e la successiva.

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