Page 80 - Le Arti Marziali nel mondo Militare
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armi, dell’esecuzione di esercitazioni, individuali e collettive, di nuoto e di passaggi
di corsi d’acqua.
Si trattava di importanti primi passi, formidabili trasformazioni per un Paese,
l’Italia, che da un punto di vista sportivo doveva colmare i maggiori ritardi rispetto
ai livelli di sviluppo raggiunti dai suoi alleati. È emblematico che, solo nel 1918,
il Ministero della Guerra italiano avesse dato alle stampe un manuale intitolato
Educazione fisica e allenamento alla guerra nell’Esercito britannico, ed è altrettanto chiaro
che, a uscire gravemente sconfitta da quei quattro anni di “guerra di posizione”,
era stata in particolare la ginnastica. Essa, infatti, si era rivelata sostanzialmente
inadeguata di fronte al logorio muscolare e nervoso derivante al soldato dalle
stressanti permanenze in trincea. Dopo il trauma di Caporetto, questo tipo di
training e più espressamente la ginnastica, affermatasi come la disciplina sportiva
del Risorgimento e dell’Italia unita, imboccherà di fatto una irreversibile parabola
discendente. Alle esercitazioni di palestra inizieranno cioè a sostituirsi quegli sport
di competizione (calcio, atletica leggera, ecc.) che risultavano assai superiori in
efficacia bellica, funzionando da fattore di integrazione-socializzazione tra i militari,
allentando le tensioni e rinsaldando la solidarietà e lo spirito di corpo, valorizzando
le caratteristiche agonistiche d’audacia e d’iniziativa personale. Pure l’Italia e il suo
esercito dalla conflagrazione trassero, insomma, la lezione suggeritagli dal contatto
con Stati Uniti, Regno Unito, Francia e, nell’immediato dopoguerra, adotteranno
un nuovo modello di giochi sportivi e pratiche fisiche – esaltato dalla riuscita delle
Olimpiadi Militari del 1919 – più legate alla civiltà industriale e all’imporsi della
società di massa.

