Page 107 - Missioni militari italiane all'estero in tempo di pace (1861-1939)
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l MILITARI ITALIANI E LA POLITICA ESTERA NEI BALCANI 99
La guerra, pur nel suo rapido svolgersi, rimette in discussione l'intero equilibrio
balcanico e dimostra la superiorità dei bulgari nei confronti dei serbi; solo l'energica
nota dell'Austria, minacciante un intervento a fianco dei serbi, con possibile ingresso
dei russi in Bulgaria, induce Alessandro di Battemberg a deporre le armi e ad
avviare le trattative per la conclusione di un armistizio. Viene formata allora una
commissione internazionale che il 18 dicembre 1885 tiene la sua prima riunione;
all'unanimità è eletto presidente il tenente colonnello Alberto Cerruti (l O), come
rappresentante della potenza che ha preso l'iniziativa. In quattro giorni e con sei
sedute, i commissari portano a termine il loro lavoro: stabilendo la durata
dell'armistizio dal 21 dicembre 1885 al IO marzo 1886, l'evacuazione dei territori
occupati, le norme per l'ordine pubblico nelle zone interessate dall'armistizio, la
fascia di territorio neutrale tra le due armate, lo scambio immediato dei prigionieri
e la nomina dei delegati pcr i negoziati di pace.
Le relazioni di Salaris(ll) e di Trombi{l2) riguardano invece la Grecia, proprio
all'indomani di quella gucrra con la Turchia (febbraio 1897) alla quale hanno
partecipato, con slancio ed entusiasmo, i volontari garibaldini italiani. La Grecia,
che fin dalla crisi d'Oriente del 1875-1878 ha tentato la via del riscatto dal dominio
ottomano, sorretta dalla spinta irredentista di ricostruire l'antico Impero bizantino,
esce dalla guerra notevolmcnte indebolita e si salva solo per l'intervento delle potenze
europee che impongono l'armistizio (maggio (897) e la pace (dicembre (897).
Alcuni mesi dopo gli accordi di Mlirzsteg (2-3 ottobre (903) il maggiore
Rubin de Cervin, addetto militare a Sofia e buon esperto dci problemi balcanici (13),
in un lungo rapporto al capo di Stato Maggiore esprime nettamente i propri dubbi
sulla validità delle riforme imposte al sultano per la Macedonia. Ribadita, infatti,
la complessità della questione balcanica in generale e di quella macedone in
particolare, sottolinea come la ribellione delle popolazioni della provincia fosse
mantenuta viva "dalle Potcnze che sovra essa vantano diritti e covano desideri di
conquista" e dalla comprensibile esigenza delle popolazioni cristiane di affrancarsi
dal giogo ottomano che impedisce ogni libertà e iniziativa di progresso. La strada
intrapresa dalla diplomazia, quella appunto delle riforme, si sarebbe rivelata priva
di valore giacché risulta impossibile "modificare il vieto e tradizionale regime
turco", mentre la riorganizzazione della gendarmcria, strumento fondamentale
per riportare l'ordine nella regione, "anche riuscisse ottima (e la cosa è incerta,
date le contrarietà e le I11cne occulte che da ogni parte la minano) non sarà mai
sufficiente a procacciare l'ordine materiale in una regione alpestre, difficile, con
scarse comunicazioni e nella quale sono in lotta ogni sorta di interessi, di razza,
di religione e di lingua".
La situazione macedone, nel suo progressivo sviluppo a partire dai primi
anni del secolo, viene attentamente seguita dall'Ufficio coloniale (Ufficio dello
scacchiere orientale) dello Stato Maggiore italiano, attraverso i dati originali desunti

