Page 108 - Missioni militari italiane all'estero in tempo di pace (1861-1939)
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            dalla  corrispondenza  degli  addetti  militari,  dalle  relazioni  dei  viaggi  compiuti
            nella regione dagli ufficiali italiani e dalle  notizie degli  informatori.  Cimportanza
            che  lo  Stato  Maggiore  italiano  annette  alle  questioni  balcaniche  e  ai  problemi
            della  Macedonia intorno ai  primi  anni  del  secolo,  si  inserisce  nel  contesto della
            stessa  politica  estera  italiana,  determinata  ad  acquisire  un  proprio  peso  politico
            nei  Balcani.  La  questione  macedone,  in  particolare,  al  centro delle  competizioni
            internazionali.  Il  problema  - come  sottolinea  Rubin  - è  duplice:  sottrarre  le
            popolazioni cristiane al dominio turco e sistemarle secondo il principio di nazionalità.
                Il  Ministro Tittoni ottiene, in  cambio dell'appoggio italiano al  programma
            delle  riforme,  la nomina di  un  ufficiale  italiano quale comandante della  riorga-
            nizzazione  della  gendarmeria.  In  base  a  questo  accordo  nel  gennaio  del  1904
            viene  nominato  il  generale  Emilio de  Giorgis(14),  che  il  mese successivo giunge
            a  Costantinopoli  per  assumere  ufficialmente  il  comando  della  gendarmeria.
            Nonostante l'evidente successo diplomatico, gli ambienti militari non nascondono
            le  proprie perplessità in  merito alla reale efficacia delle progettate riforme. Una
            nota dell'Ufficio coloniale, redatta dal  capitano Zampolli(15), sottolinea come il
            progetto austro-russo non risponda alle richieste degli insorti bulgari, uniti o no
            alla  Bulgaria,  e non sia  attuabile  nel  giro di  pochi  anni  proprio in  conseguenza
            delle  frequenti  insurrezioni.
                 Mi  sembra  interessante  segnalare  come  codesti  ufficiali-commissari,  a
            disposizione  del  Ministero  degli  Affari  Esteri  e  quindi  da  questo  dipendenti,
            lamentassero l'assenza di  istruzioni  precise da parte dei  responsabili ministeriali,
            fatta salva la raccomandazione di attenersi ai dettati del Congresso e di mantenere
            un sostanziale  (e  non meglio identificato) atteggiamento di  equità:  il  che è come
            dire tutto e nulla. Finisce così per prevalere, in quel momento, una interpretazione
            piuttosto soggettiva (e personale) influenzata spesso dalla mentalità risorgimentale
            e quindi  decisamente favorevole  alle  nazionalità cosi dette oppresse, in contrasto
            con  la  linea  prudente  adottata  allora  dal  Governo;  questi,  infatti,  pur  essendo
            interessato  all'area  balcanica,  mantiene  un  atteggiamento  attento,  contempora-
            neamente,  a  non  acuire  i  contrasti  con  le  potenze  europee  per  non  accentuare
            l'isolamento, sul piano  internazionale,  del  Paese.
                 La vicenda che porta al successo il  movimento dei Giovani turchi (1908) viene
            seguita  con  particolare  attenzione  e  simpatia  per  i  suoi  aspetti  liberaleggianti
            dall'addetto militare a Costantinopoli, Vittorio Elia  (16).  Pur individuandone i limiti,
            nei  suoi  rapporti  suggerisce  una  linea  politica  di  appoggio  al  movimento  che  in
            qualche  modo tenta di  modernizzare le  istituzioni  ottomane. Nei  fatti,  la  politica
            italiana si indirizza in modo ben diverso, cercando di cogliere la presunta debolezza
            dell'Impero ottomano per ottenere la  Libia  (1911-'12).
                 La  guerra russo-giapponese (1904-1905), con gli  avvenimenti politici interni
            ad essa collegati, viene  seguita dall'addetto militare a  Pietroburgo, Paolo Ruggeri
            Laderchi (17).  I  precedenti  della  guerra,  la  situazione  politica  interna,  le  carenze
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