Page 377 - Missioni militari italiane all'estero in tempo di pace (1861-1939)
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LA  MISSIONE  TELLINI  AL  CONFINE  GRECO-ALBANESE  E  LE  OPERAZIONI  A  CORFÙ  (1923)   367


         luttuosi avvenimenti della Fortezza Bassa e ciò mise in sordina il concetto italiano
         di "rappresaglia" per l'eccidio della Commissione Tellini che era la base interna-
         zionale  della  intera azione  italiana.
              Lo  stesso  1 settembre  la  Grecia  ricorse  alla  Società  delle  Nazioni  quale
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         "nazione aggredita"  e  ne  invocava l'intervento ai  sensi  degli  articoli  12 e  15  del
         Covenant. Cazione diplomatica greca si incrociava con l'azione del presidente dclla
         Conferenza  degli  Ambasciatori,  Poincaré,  Presidente  del  Consiglio  francese  che
         tramite il Ministro francese ad Atene chiedeva alla Grecia l'apertura di una inchiesta
         sull'episodio sul confine albanese e le  relative  soddisfazioni.
              Di  fatto  la  lunga  discussione  diplomatica  che  seguì  si  svolse  in  un  clima di
         concorrenza  tra  Ginevra,  sede  della  Società  delle  Nazioni,  e  Parigi,  sede  della
         Conferenza degli Ambasciatori. Dobbiamo comprcndere il perché la S.d.N. manifestò
         soprattutto ad opera dei  rappresentanti britannici una ferma volontà di  applicare
         all'Italia  le  previste sanzioni considerandola "aggressore".  Si  trattava di  fatto  del
         primo episodio della vita societaria in cui poteva dimostrarsi l'utilità stessa dell'organiz-
         zazione  nel  mantenimento  del  buon  ordine  internazionale  e  alla  Gran  Bretagna
         interessava  che  soprattutto  le  nazioni  minori  iscrittesi  alla  Società  mantenessero
         nell'organizzazione una completa fiducia.  Si  trattava quindi di  salvare la faccia del
         sistema di  Ginevra. Ma anche i francesi avevano tutto l'interesse che la Conferenza
         degli  Ambasciatori,  di  cui  il  Tellini  era  un  dipendente,  conservasse  la  più  piena
         autonomia decisionale. Cltalia certamente non aveva al tempo una politica contraria
         alla Gran Bretagna, ma quale "grande potenza" sorta dalla prima guerra mondiale
         non poteva che sostenere l'atteggiamento francese.
              I primi giorni di settembre furono quindi  molto densi di  incontri bilaterali e
         multilatcrali  con  un'Italia  sempre  più  irrigidita  nella  sua  posizione  di  intran-
         sigenza  ed  una  Gran  Bretagna sempre  meno  disposta  ad  accettare  l'occupazione
         di Corfì:1.  In questo non è da escludere anche la  visione britannica di una strategia
         mediterranea in cui  la  Grecia poteva servire  in  futuro da comodo alleato ed una
         certa preoccupazione  inglese  sulla  nuova politica  di  potenza del  nuovo  Governo
         italiano.  Questo  possibile  confronto  bilaterale  italo-inglese  preoccupò  molto  il
         Ministro  della  Marina  italiano,  che  si  rendeva  perfettamente  conto  che  mentre
         poteva  essere  possibile  un  successo  militare  contro  la  Grecia  non  era  neppure
         pensabile  un  confronto con  una  potenza  navale  del  calibro  della  Gran  Brctagna.
         Revel  quindi,  avendo certamente dalla  sua  parte  il  segretario generale di  Palazzo
         Chigi, iniziò un'opera di convincimento sul capo del Governo inteso a convincerlo
         della  necessità di  lasciare al  più presto Corfù.
              Possiamo vedere in questo un cambiamento di atteggiamento dell'ammiraglio,
         che se pur aveva pianificato, e forse sognato, un miglioramento della nostra posizione
         strategica nell' Adriatico meridionale, si  rendeva perfettamente conto della disparità
         di  forze  tra  noi  e  gli  inglesi.  Eccellente  fu  l'azione  della  nostra  diplomazia  sia  a
         Ginevra,  ove  fu  sostenuto  il  buon  diritto  italiano  alla  rappresaglia  a  seguito  del
         mancato attuarsi da  parte greca delle  richieste  espresse  dal  nostro ultimatum, sia
         a Parigi, ove l'ambasciatore Avezzana seppe concordare con  Poincaré  una azione
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