Page 380 - Missioni militari italiane all'estero in tempo di pace (1861-1939)
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                 La  commissione  di  inchiesta  internazionale  il  23  settembre  comunicò  alla
            Conferenza  degli  Ambasciatori  l'impossibilità  di  giungere  alla  scoperta  degli
            autori  dell'attentato  e  si  stabilì  quindi  che  la  Grecia  versasse  un'indennità  di
            cinquanta milioni a titolo di riparazione, che, come sappiamo, era una delle richieste
            del nostro ultimatum. Il governo italiano dette gli ordini necessari per il reimbarco
            della  nostTa  forza  di  occupazione  in  conformità  alla  decisione  della  Conferenza
            per  il  27  settembre,  le  operazioni  di  reimbarco  furono  completate  nel  massimo
            ordine  già  la  sera  del  26,  ma  le  unità  da  guerra  italiane,  che  si  apprestavano  a
            lasciare  l'isola furono  richiamate alla  fonda  da  un radiogramma di  Roma perché
            la Grecia non aveva ancora versato l'indennità prescritta. Finalmente avvenuta la
            comunicazione del versamento, la  Forza navale lasciava definitivamente la rada di
            Corfù  il  mattino del  29 settembre.
                 L'operazione "Corfù" era terminata.

            Conclusioni

                 Se  come afferma  il  De  Felice  nel  suo Mussolini il fascista,  l'azione di  Corfù
            è da considerarsi in "attivo" per il  vasto consenso interno generato, non possiamo
            però trascurare le conseguenze che l'impresa ebbe sui rapporti con la Gran Bretagna:
            ancor oggi il Mack Smith la attribuisce ad una "forma di nazionalismo ... minaccioso"
            e la qualifica come una "spedizione brutale". Dobbiamo vedere in questo atteggiamento
            britannico  non  solo  un  moto  di  reazione  dell'opinione  pubblica,  ma  anche  una
            forte  preoccupazione di tipo strategico:  la  Gran Bretagna non poteva permettere
            la nascita di una potenza navale nel Mediterraneo e soprattutto non poteva consentire
            un controllo totale dell'accesso all'Adriatico,  quale sarebbe stato se  noi avessimo
            mantenuto il possesso di Corfù. A mio parere quindi l'episodio può rappresentare
            una cesura importante nei buoni rapporti tra l'Impero di Londra e la nostra nazione,
            che datavano dalla  fondazione  stessa del  Regno  d'Italia e che erano stati scrupo-
            losamente mantenuti anche durante gli anni di appartenenza alla Triplice Alleanza.
            Tracce di questo cambiamento possono essere viste anche nell'atteggiamento inglese
            nel  ventennio successivo pur se  non si  arrivò  a  reazioni  militari  né  per l'impresa
            etiopica  né  per la  occupazione dell'Albania.
                 Quanto la "folle speranza" di  impossessarsi dell'isola greca, come accenna il
            Guariglia,  abbia  realmente  spinto  sia  il  Governo  che  la  Marina  a  pianificare
            l'intera  operazione  non  possiamo giudicarla  a  fondo:  certo  che si  è  di  fronte  ad
            una  politica estera avventurista al  di  fuori  del  tradizionale  percorso  della  nostra
            diplomazia,  che  seppe  sia  a  Parigi  che  a  Ginevra  ridurre  i  danni  della  reazione
            romana  troppo  immediata  ed  intransigente.  La  minaccia  di  abbandonare  la
            Società delle Nazioni, troppo giovane per sopportare la  defezione di  una potenza
            europea vincitrice del  conflitto mondiale, deve aver giocato un importante ruolo
            nell'intera vicenda.  Come importante fu  il  ruolo della Francia, che ambiva tirare
            l'Italia dalla sua parte nel  nuovo equilibrio europeo dopo Versailles.
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