Page 19 - Momenti della vita di guerra - Dai diari e dalle lettere dei caduti
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XVIII Momenti della vita di guerra
Becker, Commemorare la Grande Guerra, «Quaderni Forum», 2000) non mancano le
note crude degli scontri, come nella descrizione del granatiere Teodoro Capocci dell’e-
spugnazione di Oslavia nel novembre 1915 «Urli selvaggi e rauchi dei granatieri: eran
già tutti senza voce: Avanti, avanti Savoia! Ci buttiamo giù pel rovescio della quota,
intravediamo i primi cappotti celesti: scappano da tutte le parti; i granatieri li inseguono
a fucilate a bruciapelo, a pochi metri, li sbudellano».
C’era insomma nelle lettere dei caduti la realtà del conflitto, del tutto opposta a quella
rappresentazione epica che nei mesi precedenti l’intervento aveva illuso tanti giovani, «la
guerra tutto slancio, entusiasmo, impeto in cui si era pronti a morire, ma alla luce del cie-
lo, all’ombra delle bandiere sventolanti». Proprio nella sofferenza delle trincee, nello sforzo
bellico che implicava una dura prova di tenacia e di resistenza, dove si dovevano accettare
non solo il dolore e la morte, ma anche l’amara quotidianità di privazioni, di promiscuità,
di angustie, di umiliazioni, di snervanti attese, emergevano le chiare figure dei due alpini,
i fratelli Giuseppe ed Eugenio Garrone cui Omodeo riserva, unico caso in tutta l’opera,
un intero capitolo nella parte centrale del volume (I fratelli Garrone). E luminoso, distan-
te, altro dalla trincea lutulente era il tono delle lettere scritte da Eugenio nella descrizione
notturna della guerra alpina: «Tutt’intorno, quando salgo proprio sull’ultimo cocuzzolo
della trincea, non vedo che un’immensa corona di creste frastagliate, nere, contro il cielo
chiaro […] La vigilanza è continua […] figure immobili e nere che escono con tutto il
petto dal parapetto della trincea col sacro fucile impugnato, l’elmetto luccicante sotto la
luna». Anche in quest’animo che sembrava ispirato da profonda serenità, rimaneva pur
sempre vivo il sentimento che lo aveva condotto alla guerra, la precisa individuazione del
nemico, il senso della missione da compiere e l’orgoglio della propria identità. Passato in
fanteria e mandato sul Carso, abbandonate le sue amate montagne, impegnato nella terri-
bile battaglia sul Faiti nel corso della X offensiva dell’Isonzo nel maggio 1917, raccontava
alla madre di un momento di quiete, quando i soldati intonavano canzonette napoletane
in cui coglieva un profondo desiderio di riposo, di casa, di pace. Allora, mentre si lasciava
andare a una preghiera che invocava la concordia tra gli uomini, all’improvviso il cielo si
era riempito di shrapnells all’inseguimento di un aeroplano nemico. Aveva interrotto la sua
orazione e: «No – aveva esclamato – prima bisogna far scomparire quegli uomini che non
sono degni di vivere con noi!».
Il commiato di Omodeo da queste due figure, capitani degli Alpini, caduti sul Col
della Berretta sul monte Grappa nel dicembre 1917, entrambi insigniti della medaglia
d’oro, è solenne e commosso al tempo stesso. A guerra finita, secondo le parole dello
storico siciliano, le loro figure torneranno a sfavillare come le vette delle Alpi che tanto
amarono e i due modesti ufficiali (ma per lui ebbero la grandezza epica dei due Dioscu-
ri) avranno posto nella storia di quei tremendi quarantun mesi a fianco di generali, di
diplomatici e di politici, ma parleranno alle nuove generazioni con un’altra voce: «espri-

