Page 286 - Momenti della vita di guerra - Dai diari e dalle lettere dei caduti
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Vita morale  237


               Non mancava la nota dell’orgoglio:
                 Prepara pure il bruschino per il mio corpo, ma non occorre te l’assicuro, per la
               mia coscienza. Occorrerà per coloro che a parole amano la famiglia, la sposa e giunto
               il momento di difenderle, col sacrificio anche della vita hanno avuto paura e si sa-
               rebbero prestati a mercanteggiarle con lo straniero, pur di avere pace al loro corpo e
               qualche centesimo di più sul lavoro .
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                 (Fine luglio ’15). Sento ora di vivere una vita più degna, più umana, più commos-
               sa. Mi sento qualche volta preso da un’emozione, da un entusiasmo tranquillo e tutto
               contenuto in me stesso, e mi meraviglio di sorprendermi in tale stato .
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               Così l’austerità rigida dell’etica del dovere puro si rinsanguava d’ardori, di pas-
            sioni e di fierezza. V’era fors’anche un ingenuo errore d’orgoglio nel credere che
            l’avere offerta la vita, l’aver affrontato gli orrori delle battaglie carsiche dovesse
            costituire il lavacro d’Achille per tutte le altre vicende della vita: che non vi potesse
            essere prova più ardua da sostenere, coraggio più saldo da esprimere. Orgoglio un
            po’ simile a quello dei confessori cristiani, ai quali spesso i torturati delle trincee
            amavano raffrontarsi.
               Dall’esperienza di questa dedizione pura all’ideale, dall’abnegazione assoluta di se
            stessi derivavano due sentimenti in apparenza contraddittori. Si sentiva che questa som-
            ma d’offerte e di sacrifizi costituiva una realtà indelebile, un nuovo patrimonio dello
            spirito: che il sangue versato e il dolore virilmente accettato eran «edificazione» della
            patria, e si aveva un giocondo ottimismo. Ma quando s’usciva dalla considerazione in-
            teriore per un apprezzamento estensivo, si provava sgomento perché pareva che troppo
            pochi s’elevassero al sentimento del puro dovere.
               Un modesto soldato segnava nel suo diario:
                 (20 ottobre ’15, ore 24). Sono di sentinella tutto bagnato, i piedi completamente
               nell’acqua. Non un rumore. I soldati dormono il sonno profondo della stanchezza.
               Guardo i razzi luminosi del nemico che illuminano la notte nera. Quanta differenza
               tra coloro che lassù sul Carso s’immolano per l’ideale che li anima e quelli che nelle
               città gozzovigliano! Perché tutti non ubbidiscono alla voce santa della coscienza? .
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               E un capitano annotava triste:

                  Certa gente crede di venire alla guerra come a fare una girata. S’infiammano in
               qualche caffè, fanno il bel gesto di offrire spontanea la loro vita, e quando poi si
               trovano di fronte alla dura realtà si accorgono di essersi illusi, e allora o soffrono di
               cuore, o hanno l’asma, o la bronchite e così via .
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                E allora si era amari, pessimisti, propensi alle collere e alle invettive profetiche.
            Tanto più che i molti creavano una situazione avversa allo slancio e al sacrifizio. Era in
            parte, bisogna riconoscerlo, diffidenza per gesti e atteggiamenti, che in qualche caso si
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