Page 290 - Momenti della vita di guerra - Dai diari e dalle lettere dei caduti
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Vita morale 241
lontario trentino descrive il risveglio dell’esercito nelle battaglie d’arresto del novembre-
dicembre ’17.
(17 dicembre ’17). Io fui sempre per temperamento freddo… e l’esperienze di
quasi venti mesi di guerra acuirono il mio spirito critico. Ma vi giuro, carissimi, che
quello che oggi avviene sul Piave e sugli altipiani è epico: negli ultimi scontri i feriti
appena fasciati chiesero d’essere rimandati in linea, gli alpini piuttosto che cedere di
un passo si fecero massacrare (e massacrarono); i fanti diedero prova di uno stoicismo
e di un’abnegazione non dicibile, gli artiglieri si fecero inchiodare sui pezzi (e inchio-
darono). Oh il nostro esercito è oggi tutto una fiamma e una volontà, si rigenera, si
redime, torna l’esercito del San Michele, di Gorizia, del Faiti, di Selz, dell’Hermada.
Io vidi, vedo ora coi miei occhi, posso giurare che il soldato italiano è il migliore
soldato del mondo, quando è guidato bene, ben animato, ben trattato. E vinceremo,
non dubitatene, se mai ne dubitaste .
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Tipico, in questa ripresa, rimane il caso di Diego De Donato. Modesto giovane
provinciale di diciotto anni, alieno da qualsiasi ambizione (era studente di chimica
all’università di Roma) appena fatto ufficiale del genio fu inviato sulla Bainsizza.
Dopo pochi giorni fu travolto nella ritirata di Caporetto. Compì a piedi quasi tut-
ta la ritirata. Giunto in una città veneta insieme con alcuni colleghi s’accasciò su
di un marciapiede, e fu aspramente rimbrottato da un ufficiale superiore. Eppure
quest’ufficiale novizio, travolto sbalordito nella catastrofe, appena giunge nel campo
di riordinamento di Montecchio e intravede la possibilità d’agire si offre prima per la
linea e poi per i lanciafiamme. Vuole uscire dalla depressione e dalle viltà del campo
di riordinamento. Ha timidezza e orgoglio insieme del suo passo. Si giustifica col
fratello: riconosce giusto che amici e familiari lo sgridino, ma egli non poteva fare a
meno di agire come ha agito.
(7 gennaio ’18, al fratello Carlo). Io non potevo, non dovevo rimanere a Mon-
tecchio. Quando tutto sarà finito, quando ci riabbracceremo, e non tarderà molto
questo giorno, allora potrò dirti tutto e bene a voce.
Ti assicuro che non ho avuto mai a pentirmene, del mio passo, che anzi me ne
sono spesso sentito contentissimo, senza ometterti che ho avuto dei momenti di gio-
ia quando ho ricordato, e ne ho tuttora quando ricordo, il momento in cui nauseato
da già tante miserie note in poche ore a Montecchio andai ad offrirmi spontanea-
mente per partire.
Anche il caro e buon V. P. mi rimproverò della mia partenza volontaria, ed è
giusto che lo facciano tutti quanti mi amano, ma ti giuro che nel momento in cui
andavo alla direzione per offrirmi a partire, sentivo una voce onnipotente che mi
incoraggiava a farlo, e nel contempo fidavo nell’aiuto divino che mi avrebbe sempre
consegnato ai miei cari.
Ho vissuto delle ore agitatissime, in mezzo ad ogni sorta di balletti e ne sono ve-
nuto fuori bello e forte come prima. Fido tanto nelle preghiere dei miei cari e sono
perciò serenissimo in ogni evento .
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