Page 292 - Momenti della vita di guerra - Dai diari e dalle lettere dei caduti
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Vita morale  243


            derando speculativamente questa tendenza, è chiaro che, anche da chi non filosofava, si
            cercava di escludere dall’agire il momento dell’ideale, per una sommaria constatazione
            che lo spirito, la volontà, essendo norma sui può automaticamente produrre qualunque
            azione. A quest’attivismo di solito si vuol ricondurre da taluno ogni forma di morale au-
            tonoma, per convincerla d’immoralità: senza rilevare però che quest’attivismo in ultima
            analisi è una deformazione intellettualistica dell’autonomia morale: un far dell’azione
            un posterius d’un’intuizione generale dello spirito; e d’un’intuizione mitico-naturalisti-
            ca: la quale considera lo spirito come una cosa autoriproducentesi, lo guarda da fuori
            e perciò lo limita: mentre l’azione nasce nella pienezza, nella nostra responsabilità co-
            sciente di tutto il corso del mondo accentrato nella nostra persona (e perciò mondo
            riformabile). La forma etica è sempre saldata a un contenuto, a un’esperienza storica, è
            l’ideale perenne nelle sue trasformazioni.
               Quest’attivismo è al margine della vita morale dei combattenti. I più invece nell’e-
            tica del dovere riassorbono la stessa vita religiosa. È vero che spessissimo muoiono
            coi riti cattolici, che spesso invocano al soccorso degli umani una provvidenza e una
            giustizia vindice, con forme e parole della religione tradizionale. Ma lo spirito è pro-
            fondamente mutato. I moventi dell’azione esorbitano quasi sempre dai momenti del
            mito cristiano. L’adempimento del dovere, la fedeltà alla patria, l’affermazione d’una
            giustizia fra i popoli, di solito son sufficienti a determinar l’azione . La fede in Dio
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            e nella provvidenza assume una semplicità nuova, che assai rari nessi ha col dramma
            della croce o il culto dei santi: tranne un sospiro verso uno spirito cristiano in miti
            costumi e reciproca fede.
               Anche qui ritorna una posizione quasi kantiana. Non era soltanto un costume: d’ac-
            cettar dalla religione tradizionale i riti della morte, come per la nascita e le nozze. Era
            anche un’invocazione dai tribolati della trincea, che andavano a spegnersi negli ospe-
            daletti da campo, ad un accordo fra le sorti personali e la legge osservata, un postulato,
            forse un idillio, dell’anima stanca che si spegneva in pace col suo dovere e della morte
            faceva la pace infinita.
               La crasi  delle  due concezioni  veniva facilitata  da un  atteggiamento diffusissimo
            avanti la guerra e che ora mi pare vada scomparendo sotto una nuova offensiva dell’in-
            transigenza cattolica, quello cioè di reinterpretare liberamente la fede, non per conse-
            guire o imporre definizioni dogmatiche, ma per la propria prassi personale, per fermare
            un individuale rationabile obsequium che consentisse di vivere nel mondo moderno e
            di partecipare alle sue lotte e alle sue aspirazioni: insomma un residuo di cattolicesimo
            liberale non facilmente colpibile dalla chiesa. Riguardando indietro, a questa libera
            fede, non cattolicamente ortodossa si riconduce la religiosità del Begey, del Vajna, dei
            Garrone, di tant’altri. Il Claboli che si professa cattolico, che prima di varcare il confine
            fa la comunione, ha accenti degni del Lambruschini.
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